Amianto, seimila morti ogni anno per le patologie asbesto correlate

Le cifre contenute nel primo rapporto sui mesoteliomi redatto dall’Ona, l’Osservatorio Nazionale Amianto. 1500 i mesoteliomi, 3000 i casi di tumore polmonare, il resto patologie tumorali varie. L’Ona ha altresì suddiviso per settore lavorativo i casi segnalati: 15,2% nell’edilizia, 8,3% nell’industria metalmeccanica, il 7% nel tessile, un altro 7% nella cantieristica navale

16 Dicembre 2015 – Seimila persone ogni anno perdono la vita per l’insorgenza di patologie asbesto correlate (mesoteliomi, tumori polmonari, delle vie aeree, gastrointestinali e alle ovaie, asbestosi, placche pleuriche). Oltre 4500 mesoteliomi registrati dal gennaio 2009 al dicembre 2011. Nel 90% dei casi per gli uomini e nel 50% per le donne la patologia è di origine professionale. Seicentoventi casi, per esposizione professionali, registrati nel comparto Difesa (il 4,1% del totale); 63 nel settore della scuola.

Sono le cifre contenute nel primo rapporto sui mesoteliomi redatto dall’Ona, l’Osservatorio Nazionale Amianto. “Un costo umano inaccettabile per la sacralità della vita”, afferma il presidente Ezio Bonanni. Ripercussioni non solo sociali: il tutto provoca un costo altissimo in termini di spesa sanitaria e per prestazioni assistenziali e previdenziali.

Il mesotelioma è conseguenza, salvo rari casi, dell’esposizione all’amianto e in Italia, a vent’anni dalla legge che imponeva la bonifica dall’Eternit (257/1992), ci sono ancora più di 40 milioni di tonnellate di materiali contenenti amianto (di cui 34 di matrice compatta), distribuiti in più di 40mila siti e in oltre 1 milioni di micrositi che disperdono polveri e fibre. La frazione bonificata, in questa mare magnum di amianto, è pari solo a 500mila tonnellate.

“In Italia – denuncia l’Ona – tutte le politiche governative approcciano il problema amianto solo sotto il profilo indennitario, intervenendo quando la patologia è conclamata e costringendo le vittime ad una lunga trafila, talmente lunga che spesso il decesso precede il riconoscimento del diritto alla prestazione”.

Altro tema delicato: la latenza delle patologie asbesto correlate. La manifestazione può avvenire anche a 40-50 anni dalla prima esposizione, ed essendo l’amianto utilizzato tra gli anni Sessanta e Ottanta, il picco delle malattie è previsto a partire dal 2020, con andamento costante fino al 2030. L’Osservatorio ha censito tra il 1993 e il 2011 quasi 21mila casi. Colpa anche delle importazioni di amianto grezzo che sono proseguite dopo il 1992, anno della messa al bando del materiale, e fino ai tempi recenti. “Mancano poi – dice ancora Bonanni – strumenti di prevenzione primaria e sorveglianza sanitaria nei luoghi a rischio, che permetterebbero, probabilmente, di evitare il macabro conteggio delle vittime”.

Quanto ai 6000 decessi l’anno: 1500 i mesoteliomi, 3000 i casi di tumore polmonare, il resto patologie tumorali varie. L’Ona ha altresì suddiviso per settore lavorativo i casi segnalati: 15,2% nell’edilizia, 8,3% nell’industria metalmeccanica, il 7% nel tessile, un altro 7% nella cantieristica navale. Ma un dato che fa particolarmente allarmare sono i 63 casi registrati nel settore della scuola che “gettano una luce sinistra sull’intero comparto e grande preoccupazione per gli utenti”. L’Osservatorio, al fine di raccogliere i dati sull’impatto delle patologie asbesto correlate, ha costituito un Centro di controllo e il sito web Repacona (SAI – Servizi Ambientali Italia), con la possibilità per cittadini e istituzioni di effettuare segnalazioni anche in forma anonima. In parallelo prosegue l’attività del Dipartimento bonifica e decontaminazione dei siti ambientali e lavorativi, grazie al portale Ona – Il giornale sull’Amianto, che permette di segnalare la presenza di amianto sul territorio al fine di richiederne la bonifica.

Fonte: Articolo de “Il Fatto Quotidiano”

Amianto, dossier di Legambiente: “In Italia bonificato il 2% degli edifici. Lazio e Trentino non hanno piano di rimozione”

Nella Giornata mondiale delle vittime d’amianto, l’associazione pubblica l’ultimo aggiornamento del monitoraggio sullo smaltimento della fibra killer. A 26 anni dall’approvazione della legge che metteva al bando la fibra killer, sono 6.869 gli edifici bonificati su un totale di 370mila nei quali è stata ritrovata traccia dell’amianto. E in 9 Regioni il censimento non è ancora stato completato.

28 Aprile 2018 – Ventisei anni dopo l’approvazione della legge che prevedeva la rimozione dell’amianto dagli edifici, solo il 2% delle strutture è stato bonificato. E il dato è per difetto, visto che alcune Regioni non hanno nemmeno completato le attività di censimento. È la fotografia scattata dall’ultimo rapporto Liberi dall’amianto?, realizzato da Legambiente e presentato in occasione della Giornata mondiale delle vittime d’amianto, che si celebra oggi.

“Le procedure di bonifica e rimozione dall’amianto in Italia sono ancora in forte ritardo“, denuncia l’associazione ambientalista. E ci sono i numeri a dimostrarlo: sono 6.869 gli edifici pubblici e privati bonificati ad oggi, su un totale di 370mila nei quali ci sono tracce della fibra killer che l’Italia ha messo al bando nel 1992. Le strutture, all’interno delle quali ci sono quasi 58milioni di metri quadrati di coperture realizzate in eternit, sono in larga parte edifici privati (oltre 214mila) e coperture in cemento armato (quasi 66mila), ma anche 50.744 edifici pubblici risultano ancora a rischio.

A fare da contraltare alle lentezze nelle procedure di bonifica e smaltimento ci sono gli ultimi dati Inail che scattano una fotografia drammatica dei danni causati dall’amianto tra il 1993 e il 2012. Nei primi vent’anni successivi alla legge che chiudeva l’era dell’eternit, in Italia sono stati 21.463 i casi di mesotelioma maligno, che hanno provocato oltre 6mila morti all’anno. Tra i territori più colpiti la Lombardia (4.215 casi rilevati), Piemonte (3.560) e Liguria (2.314), seguiti da Emilia Romagna (2.016), Veneto (1.743) e Toscana (1.311). Al Sud, la situazione peggiore si registra in Sicilia (1.141) e Campania (1.139).
E una soluzione definitiva al problema sembra essere ancora lontana. Basti pensare che il Piano regionale per la rimozione di questo materiale, previsto dalla L.257/92, nel 2018 deve essere ancora approvato nel Lazio e nella Provincia Autonoma di Trento. Dovevano essere pubblicati, dice Legambiente, entro 180 giorni dall’entrata in vigore della legge. E la situazione non è stata monitorata dal dossier in AbruzzoCalabria e Molise, che non hanno risposto all’associazione ambientalista. In Sicilia, denuncia ancora Legambiente, otto comuni su dieci si trovano senza Piano comunale, un passaggio essenziale per mappare il territorio e procedere alle bonifiche per contrastare le conseguenze dell’esposizione.

Inoltre, in 9 Regioni il censimento non è ancora stato completato. Solo Campania, Emilia Romagna, Piemonte, Provincia autonoma di Trento, Valle d’Aosta hanno completato integralmente la verifica della presenza di amianto in tutti gli edifici, mentre nelle Marche la copertura è totale solo per  le strutture pubbliche e le imprese. Ma, anche quando l’iter sarà completato e l’Italia inizierà davvero a dare seguito alle previsioni della legge approvata nel 1992, potrebbe presentarsi un nuovo problema: secondo Legambiente, non sono sufficienti gli impianti di smaltimento presenti e previsti sul territorio.

Le Regioni dotate di almeno un impianto specifico per l’amianto sono solo 8, per un totale di 18 strutture: in Sardegna e Piemonte ce ne sono 4, tre in Lombardia e due in Basilicata ed Emilia Romagna. Uno solo l’impianto esistente in Friuli Venezia GiuliaPuglia e nella Provincia Autonoma di Bolzano. E già oggi, nonostante sia stato smaltito appena il 2% dell’amianto censito, avverte Legambiente, gli impianti sono quasi pieni.

Fonte: Articolo de “Il Fatto Quotidiano”

Torri Gemelle: niente più soldi per i moribondi

21 Febbraio 2019 – Se vi chiedessero “quante persone sono morte nell’attacco alle Torri Gemelle?”, la maggioranza di voi risponderebbe “circa 3.000”.

Invece la cifra è di almeno 5 volte superiore.

Sono già oltre 15.000 le persone morte in seguito all’attacco delle Torri Gemelle, se si contano anche tutte quelle morte di cancro negli anni successivi, per aver respirato l’amianto che era contenuto nella struttura dei due grattacieli.

Per tutte queste persone – soccorritori, pompieri, poliziotti, normali cittadini – il governo americano aveva stanziato circa 7 miliardi di dollari, che avrebbero dovuto ricompensare le vittime e i loro parenti nel corso degli anni.

Ma ora – vergogna dentro la vergogna – il fondo ha comunicato che i soldi stanno per finire, e che da oggi i rimborsi verranno dimezzati per tutti i nuovi malati.

Più di 5 miliardi sono già stati spesi fino ad oggi per rimborsare i morti e i danneggiati da malattie respiratorie, e ne restano soltando un paio prima che il fondo si esaurisca.

Purtroppo il mesotelioma si rivela a volte solo dopo molti anni, per cui non è possibile sapere quanti ancora si presentaranno agli sportelli governativi per reclamare il compenso per la malattia.

Ma il governo americano, il grande governo dei giusti, di quelli che si ricordano sempre di mandare le “risorse umanitarie” quando c’è una nazione da piegare al proprio volere, non riesce a trovar dei soldi aggiuntivi per i morti e i malati delle Torri Gemelle. Morti e malati che loro stessi hanno creato.

Il fondo è quello che è, e a quelli che ancora devono venire non resterà che spartirsi le briciole di ciò che rimane.

God bless America.

Massimo Mazzucco

Fonte: Articolo de “www.luogocomune.net”

Per chi fosse interessato alla testimonianza, inascoltata dai media mainstream, dei familiari delle vittime dell’11 settembre 2001 morte sia per i crolli delle Torri Gemelle sia per l’amianto e le nanoparticelle di metalli pesanti, inalate tramite le vie aeree dalla nube tossica contenente anche in grande percentuale amianto oltre a tutti gli altri metalli pesanti, che hanno portato alla formazione di letali patologie neoplastiche, visionare i relativi minuti nei video sottostanti.

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Film di Massimo Mazzucco

Tutti i film di Massimo Mazzucco sono liberamente condivisibili e scaricabili su youtube.

L’autore nonché regista stesso ne incentiva la diffusione in qualsiasi maniera.

Chiaramente qual ora qualcuno volesse anche possedere un originale in DVD l’autore si riversa la possibilità della vendita privata.

L’acquisto è un modo per sostenere ed apprezzare il lavoro svolto.

Amianto sulle navi, per i pm più marinai morti che nelle guerre degli ultimi 20 anni. Ma dalla politica solo mezze verità

Il libro inchiesta dei giornalisti Lino Lava e Giuseppe Pietrobelli ricostruisce i ritardi e i silenzi della Marina militare sull’uso della fibra killer nelle imbarcazioni. Tre ministri si sono nascosti dietro dichiarazioni di facciata, mentre gli ammiragli imputati nei processi continuano a non mettere piede in aula. Come se questa storia non esistesse, nonostante i 600 morti, un procedimento finito in prescrizione, un altro in corso e un filone d’indagine in fase istruttoria

Forlì, 18 Ottobre 2017 – Ci sono 600 morti, un processo finito in prescrizione, un altro in corso e un filone d’indagine in fase istruttoria. C’è da una parte la richiesta di giustizia dei servitori dello Stato ammalati o morti – e il conteggio è ancora aperto, in attesa del picco previsto nel 2020 – e dall’altra tre ministri della Difesa che negli ultimi sei anni hanno raccontato mezze verità, fornito dati generici e mai chiarito totalmente la vicenda.

Più morti che in guerra, ma i ministri tacciono – Da Ignazio La Russa fino a Roberta Pinotti, passando per Giampaolo Di Paola, nessuno ha spiegato nei dettagli al Parlamento dell’amianto a bordo delle navi militari italiane e del suo lento smaltimento, nonostante la tossicitàdella fibra fosse nota alla Marina dal 1967 e il minerale al bando dal 1992. E mentre i ministri si nascondono dietro verità di facciata, gli ammiragli imputati nei processi continuano a non mettere piede in aula. Come se questa ‘battaglia’ costata all’Italia, stando all’ipotesi della procura di Padova, un numero di morti maggiore di quanti se ne sia effettivamente contati in scenari di guerra negli ultimi 22 anni, non esistesse.

Il libro-inchiesta – A riportarla a galla sono stati i giornalistiLino Lava e Giuseppe Pietrobelli, collaboratore de ilfattoquotidiano.it, con il libro-inchiesta Navi di amianto (Oltre edizioni, 247 pagine, 16 euro) nel quale ricostruiscono ritardi e silenzi della Marina militare di fronte a quelle morti bianche senza giustizia, negata perfino dall’Inps che si rifiuta di riconoscere i risarcimenti a chi si è ammalato dal 1995 in poi o non lavorava sotto coperta.

Il silenzio dello Stato – Mentre lo Stato per 13 anni si è barcamenato pigramente e burocraticamente, lasciando che le navi contaminate continuassero a navigare come svela una mappatura del Registro navale italiano del 2008, pubblicata per la prima volta nel libro. Basti pensare che la prima dichiarazione ufficiale risale al 2011 ed è dell’allora ministro La Russa: il silenzio di Stato viene rotto grazie a due interrogazioni parlamentari, rispondendo alle quali il titolare della Difesa fornisce una spiegazione vaga e incompleta, senza dati verificabili. Non si sa quanto amianto sia già stato rimosso né quali siano i costi o i tempi per la bonifica totale della flotta.

I primi numeri di Di Paola – Un anno più tardi, tocca a Di Paola rispondere al Parlamento, pungolato dai Radicali. Si scopre così che solo il 20% delle unità navali era stato completamente bonificato e l’amianto era stato rimosso parzialmente dal 44%delle 155 corvette, fregate e cacciatorpedinieri con la fibra killer a bordo. Nel 2012, quindi, otto navi su dieci avevano ancora la fibra a bordo. Numeri che nei mesi successivi si assottiglieranno rapidamente, facendo arrabbiare l’Associazione famiglie esposti amianto che criticherà duramente il balletto di dati. Senza tra l’altro che il ministro si sia preoccupato di indicare quali fossero le navi decontaminate e quali quelle in attesa di interventi. Tutto top secret. L’unico dettaglio aggiunto da Di Paola è che “l’amianto, ove presente, risulta adeguatamente confinato e incapsulato”. Non una parola sugli appalti né sui ritardi ventennali che caratterizzano la bonifica, divenuta più rapida solo dopo la prima inchiesta nata a Padova.

Le non verità della Pinotti – La chiarezza non ha contraddistinto neanche Roberta Pinotti, chiamata a rispondere come altri ministri, da Luigi Di Maio e altri parlamentari del Movimento 5 Stelle. La litania è sempre la stessa: “La Marina non ha più impiegato materiali contenenti amianto e, dal 1992, tutte le unità navali sono state costruite e messe in servizio con la certificazione amianto free”. Un’affermazione che in “Navi di amianto”, viene definita “non vera, smentita dalle carte dell’inchiesta e da decine di testimonianze”. Alla stessa conclusione arriva Di Maio, che ne chiede conto alla Pinotti in una nuova interrogazione. È in attesa di risposta dal settembre 2015 nonostante sette solleciti formali. Sono intanto passati 13 anni da quando l’ex sottufficiale Giovanni Baglivo, per la prima volta, iniziò a raccontare davanti a un registratore tascabile di un ufficiale della polizia giudiziaria le condizioni di lavoro nelle navi e i rischi per i militari, inconsapevoli protagonisti di questa storia di silenzi, omissioni e mezze verità. Ecco il suo racconto, tratto dal primo capitolo di Navi di amianto.

I primi numeri di Di Paola – Un anno più tardi, tocca a Di Paola rispondere al Parlamento, pungolato dai Radicali. Si scopre così che solo il 20% delle unità navali era stato completamente bonificato e l’amianto era stato rimosso parzialmente dal 44%delle 155 corvette, fregate e cacciatorpedinieri con la fibra killer a bordo. Nel 2012, quindi, otto navi su dieci avevano ancora la fibra a bordo. Numeri che nei mesi successivi si assottiglieranno rapidamente, facendo arrabbiare l’Associazione famiglie esposti amianto che criticherà duramente il balletto di dati. Senza tra l’altro che il ministro si sia preoccupato di indicare quali fossero le navi decontaminate e quali quelle in attesa di interventi. Tutto top secret. L’unico dettaglio aggiunto da Di Paola è che “l’amianto, ove presente, risulta adeguatamente confinato e incapsulato”. Non una parola sugli appalti né sui ritardi ventennali che caratterizzano la bonifica, divenuta più rapida solo dopo la prima inchiesta nata a Padova.

Le non verità della Pinotti – La chiarezza non ha contraddistinto neanche Roberta Pinotti, chiamata a rispondere come altri ministri, da Luigi Di Maio e altri parlamentari del Movimento 5 Stelle. La litania è sempre la stessa: “La Marina non ha più impiegato materiali contenenti amianto e, dal 1992, tutte le unità navali sono state costruite e messe in servizio con la certificazione amianto free”. Un’affermazione che in “Navi di amianto”, viene definita “non vera, smentita dalle carte dell’inchiesta e da decine di testimonianze”. Alla stessa conclusione arriva Di Maio, che ne chiede conto alla Pinotti in una nuova interrogazione. È in attesa di risposta dal settembre 2015 nonostante sette solleciti formali. Sono intanto passati 13 anni da quando l’ex sottufficiale Giovanni Baglivo, per la prima volta, iniziò a raccontare davanti a un registratore tascabile di un ufficiale della polizia giudiziaria le condizioni di lavoro nelle navi e i rischi per i militari, inconsapevoli protagonisti di questa storia di silenzi, omissioni e mezze verità. Ecco il suo racconto, tratto dal primo capitolo di Navi di amianto.

L’ESTRATTO DEL LIBRO NAVI D’AMIANTO DI L. LAVA E G. PIETROBELLI

Il destino ormai quasi compiuto è, invece, il letto d’ospedale dove giace l’ex sottufficiale Giovanni Baglivo, tecnico di macchina e meccanico di macchina a vapore sulle navi della Marina Militare. È il 5 agosto 2004, da appena una settimana è stato operato per mesotelioma pleurico, un male che non lascia scampo. Il registratore tascabile Olimpus Pearlcorder L200, in dotazione alla Procura della Repubblica di Padova, è acceso sul comodino. Fatica a respirare e a parlare, il militare pugliese di Tricase venuto a curarsi in Veneto, dove gli hanno tolto una parte del polmone destro. Sopravviverà soltanto fino al 4 settembre 2005. «Sembrava un condannato a morte» ricorda, molti anni dopo, Omero Negrisolo, uno degli ufficiali di polizia giudiziaria che ne hanno ascoltato il drammatico racconto. È il primo marinaio ammalatosi per l’amianto a mettere in un verbale, a futura memoria, le condizioni di lavoro nelle navi, il rischio a cui gli inconsapevoli equipaggi erano sottoposti.

È una fotografia in bianco e nero della faccia nascosta della Marina Militare. Ciò che nessuno si aspettava, scoperta dissacrante del trattamento riservato ai fedeli servitori del tricolore nel regno della fatica e del sudore, senza regole né rispetto per la salute. Trattati come viaggiatori all’inferno senza biglietto di ritorno. Non ci sono sorrisi, brindisi alla vita e alla giovinezza, in questa istantanea senza speranza. C’è solo il rantolo di un uomo malato e stanco. «Io stavo in sala caldaie dove c’è una temperatura ambientale all’incirca di 40-50 gradi e una temperatura della caldaia diciamo di 450 gradi e una pressione di 50… Lascio immaginare che protezione avevano i tubi che conducevano questo tipo di vapore. In locale motrice arrivava lo stesso vapore con la stessa temperatura e con la stessa pressione, altrimenti non si poteva navigare. I primi 7-8 anni le guardie si facevano solo ed esclusivamente nel locale caldaie. Noi dovevamo stare lì sotto estate e inverno».

Allora l’amianto era vissuto come una risorsa, non come una dannazione. «Siccome c’era parecchio caldo ci dovevamo spogliare, lavoravamo a braccia scoperte e senza nessun tipo di maschera, anzi io ho lavorato pure sulle testate di vapore della nave Impavido, che si trovano sotto la scaletta in motrice di prora…». L’immagine sembra provenire da un altro mondo, neppure troppo lontano visto che quel cacciatorpediniere è stato radiato nel 1991. «Un giorno era saltata una ‘dialico’, la guarnizione di vapore, e ha cominciato a fuoriuscire del vapore, che ha saturato quasi tutta la nave di caldo. Si doveva per forza intervenire. E io ho tolto via esattamente mezzo quintale di amianto per poter sostituire la ‘dialico’… stavo con una mazzetta da 12 chili, da 15 chili, una chiave da 48. Stavo a slip… a scarponciini, a slip a lavorare così, senza nessun tipo di protezione».

Evento imprevedibile, si potrebbe pensare. Invece, anche la routine era pericolo diffuso. «Le tubazioni erano chilometri, arrivavano in tutta la nave, pure dove si dormiva, con queste coperture di amianto o di quelle cose lì… pure nei camerini, nei bagni, dappertutto c’era questa cosa”. Amianto, un nemico invisibile. E neppure annunciato. “Non ci hanno mai allertato in tal senso. Mai. Io non ho mai saputo. Adesso lo sto sapendo, perché sto passando le conseguenze… Ci hanno mandati allo sbaraglio».

Così sono stati ridotti quei bravi ragazzi, incapaci di difendersi da un’entità ostile di cui neppure conoscevano l’esistenza. Ma il tempo trascorso non induca alla sottovalutazione o al rilassamento delle coscienze di fronte a una malattia indotta da cause tecnico-ambientali, che qualcuno vorrebbe incolpevole figlia dei suoi tempi. I magistrati padovani non lo hanno fatto. Il pubblico ministero militare Sergio Dini ha aperto la prima inchiesta per la morte da mesotelioma pleurico sinistro di tipo epiteliale, avvenuta il 3 febbraio 2002, del puntatore cannoniere Giuseppe Calabrò. Il sostituto Emma Ferrero ne ha avviata una seconda, in Procura ordinaria, anche per il decesso di Baglivo del 2005. Da quelle istruttorie è nato il processo “Marina Uno”, primo tentativo di squarciare il velo sugli omicidi colposi che per decenni si sono consumati sulle navi della Marina italiana a causa dell’amianto e della mancata osservanza delle regole di tutela da parte degli ammiragli, alias datori di lavoro dei marinai. Il processo in Tribunale si è concluso con l’assoluzione, l’appello con la prescrizione dei reati. Ma il ping-pong della Cassazione ha rimandato tutto indietro, con la conferma della prescrizione. Giustizia per il codice, giustizia negata per chi sta morendo. 

Fonte: Articolo de “Il Fatto Quotidiano”

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Padova, 10 ammiragli della Marina assolti per morte dei marinai su navi ‘imbottite’ di amianto. I colleghi: “Uccisi di nuovo”

Il giudice ha assolto gli imputati con la formula più ampia, ovvero perché il fatto non sussiste (solo in un caso per non aver commesso il fatto). In questo modo anche la Marina Militare, che era stata citata come responsabile civile, esce indenne dal processo. La sentenza è stata accolta in aula dai marinai di numerose associazioni al grido di “Vergogna, li avete uccisi, ci avete uccisi due volte”

Padova, 14 Gennaio 2019 – Le navi della Marina Militare Italiana erano, e in parte lo sono ancora, imbottite di amianto. Centinaia di marinai si sono ammalati di mesotelioma pleurico o di altre patologie asbesto correlate quando erano imbarcati sui natanti per aver respirato le fibre del minerale che si trovava un po’ in tutte le zone, dalla sala macchine ai dormitori, dalle cucine alle infermerie. Molti di loro sono morti, gli altri stanno ancora combattendo la battaglia a causa del “fuoco amico”, ovvero i danni subiti nell’esercizio del servizio. Nessun ammiraglio è colpevole per quelle morti bianche.

Il giudice del tribunale di Padova, Chiara Bitozzi, ha assolto tutti gli alti ufficiali della Marina che avevano la responsabilità degli equipaggi e della tenuta della flotta che ha continuato a solcare il mare anche dopo la messa al bando dell’amianto, che risale al 1992. Lo stesso pubblico ministero Sergio Dini aveva chiesto un mese fa l’assoluzione, a conclusione di un processo durato tre anni e mezzo e un’inchiesta cominciata una quindicina di anni fa. La sentenza è stata accolta in aula dai marinai di numerose associazioni al grido di “Vergogna, li avete uccisi, ci avete uccisi due volte”. I marinai hanno mostrato cartelli con cui chiedevano giustizia.

Il giudice ha assolto gli imputati con la formula più ampia, ovvero perché  il fatto non sussiste (solo in un caso per non aver commesso il fatto). In questo modo anche la Marina Militare, che era stata citata come responsabile civile, esce indenne dal processo. Bisogna ora attendere le motivazioni per capire quale sia il ragionamento del giudice. Molto probabilmente non ritiene provato il nesso di causalità tra il comportamento (omissivo, nella tutela della salute) degli ammiragli e l’insorgere o l’aggravarsi della malattia.

Sul banco degli imputati inizialmente c’erano 13 ammiragli (tre sono poi deceduti): Francesco Chianura, Guido Cucciniello, Agostino Di Donna, Elvio Melorio, Mario Porta, Antonio Bocchieri, Mario Di Martino, Umberto Guarnieri, Angelo Mariani, Luciano Monego, Sergio Natalicchio, Rodolfo Stornelli e Guido Venturoni. Tra di loro vi sono ex capi di stato maggiore, responsabili delle strutture sanitarie militari e della gestione della flotta. Le accuse riguardavano l’omicidio colposo(“aver causato o contribuito a causare o comunque non impedito” la morte o l’insorgere del male), collegato all’obbligo dell’ammiraglio-imprenditore di tutelare l’integrità fisica dei prestatori di lavoro, al mancato rispetto delle leggi in materia di igiene del lavoro e alla violazione del regolamento di disciplina militare che impone all’ufficiale superiore la salvaguardia dell’integrità fisica del personale militare.

Il rinvio a giudizio risale al dicembre 2014, il processo è cominciato il 25 maggio 2015. Si è trattato del dibattimento più importante istruito in Italia contro la Marina Militare. Il precedente “Marina Uno” (sempre a Padova) riguardava soltanto la morte del puntatore cannoniere Giuseppe Calabrò e del tecnico di macchina Giovanni Baglivo. In quel caso gli ammiragli imputati erano otto. Si era concluso in primo grado (2012) con l’assoluzione perché il fatto non sussiste, in appello a Venezia (2014) con la prescrizione(la responsabilità c’era, ma il tempo cancellava le eventuali condanne). Nel 2015 la Cassazione aveva ordinato un nuovo processo per valutare, in base a leggi scientifiche, la correlazione tra l’esposizione all’amianto dei marinai (che nessuno poteva contestare), l’insorgere della malattia (dalla latenza molto lunga) e l’effetto acceleratore sul morbo della stessa esposizione. Nel marzo 2017 la doccia fredda: assoluzione a Venezia perché il giudice non sostituirsi con una sua interpretazione al dibattito della comunità scientifica, che è divisa sugli effetti acceleratori dell’esposizione nel tempo all’amianto. Ma la Cassazione ha poi ordinato un terzo processo d’appello.

Sono gli stessi temi dibattuti in “Marina Due”. Ma il risultato era, ed è anche oggi, quello di una “condanna impossibile”. Perché non si riuscirebbe a provare l’epoca precisa dell’innesco della malattiae a dimostrare se lo stato delle navi, imbottite di amianto, abbia contribuito ad accelerare la latenza del male. Siccome gli ammiragli si sono succeduti nei ruoli di comando per periodi relativamente brevi (da qualche mese a qualche anno) ecco che la loro responsabilità penale non sarebbe provata. Questa tesi, che rimanda alle responsabilità politiche, era stata sostenuta dal pm Dini: “È alla politica che spettava investire risorse per bonificare le navi dall’amianto. Gli ammiragli, invece, non avevano l’autonomia di spesa per farlo”. Cala il sipario sul destino processuale di centinaia di persone morte a causa dell’amianto. Pietro Serarcangeli, dell’associazione Afea, commenta: “Una decisione vergognosa, che cancella 1.100 marinai militari morti per l’amianto”. Mentre per Salvatore Garau, di Afea Sardegna, “abbiamo fatto il nostro dovere sulle navi e adesso scopriamo che eravamo carne da macello, perché nessuno era responsabile di tutelare la nostra salute”.

Fonte: Articolo de “Il Fatto Quotidiano”

Uranio impoverito, Trenta vuole tavolo tecnico sui militari contaminati: “Stop al silenzio spaventoso che c’è stato finora”

Svolta sui casi di morte e malattie nelle Forze Armate a quasi un anno dalla discussa relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta, criticata dallo Stato maggiore della Difesa. La ministra annuncia: “Chiesto all’Avvocatura di Stato resoconto complessivo su tutte le pendenze giudiziarie in corso”. Secondo l’Osservatorio militare ci sono già stati 363 decessi

27 Novembre 2018 – L’ultima vittima è un maresciallo dell’Aeronautica morto circa un mese fa. Decesso numero 363, secondo l’Osservatorio militare. L’elenco degli appartenenti alle Forze Armate che hanno perso la vita per la presunta contaminazione da uranio impoverito è dovuto arrivare a quella spaventosa cifra perché dal ministero della Difesa arrivasse una promessa di chiarezza dopo anni di “assordanti silenzi”come li aveva definiti la Commissione parlamentare d’inchiesta nella relazione approvata al termine della scorsa legislatura.

Invece ora il ministro Elisabetta Trenta ammette che “il tema c’è, esiste e non possiamo voltarci dall’altra parte” e annuncia l’avvio di un tavolo tecnico per approfondire la questione dopo aver incontrato Domenico Leggiero, il responsabile dell’Osservatorio che dal 1999 si occupa dei casi di presunta contaminazione da uranio impoverito.

Chiarire la vicenda è una “priorità”, spiega Trenta che aveva annunciato l’intenzione di rompere il “tabù” durante Italia a 5 Stelle. Sotto il profilo pratico, si è tradotta nella richiesta già avanzata all’Avvocatura di Stato di un “resoconto complessivo su tutte le pendenze giudiziarie in corso” per approfondire “ogni singolo caso separatamente, perché ogni caso ha le sue specificità”. Durante lo studio dei casi, promette, “sarà avviato un tavolo tecnico che vedrà coinvolti “i principali attori competenti sulla materia”. Perché fino ad oggi sulla questione uranio “c’è stato un silenzio spaventoso e questo non è più accettabile”, ha aggiunto la titolare della Difesa.

Parole di segno totalmente opposto alla reazione dello Stato Maggiore della Difesa e dello stesso ministero quando lo scorso 7 febbraio la Commissione parlamentare, presieduta dal dem Gian Piero Scanu, rese pubblica la relazione finale. In quel testo c’erano accuse inequivocabili e si parlava di “sconvolgenti criticità” scoperte nel settore della sicurezza e della salute sul lavoro dei militari, sia in Italia che durante le missioni estere.

Risultati imbarazzanti per i vertici militari e il governo perché, secondo deputati e senatori, la “diffusa inosservanza degli obblighi (…) risulta perfettamente funzionale a una strategia di sistematica sottostima, quando non di occultamento, dei rischi e delle responsabilità effettive”. Il risultato? Racchiuso in un numero: 1100 soldati deceduti o ammalati per patologie absesto-correlate solo in Marina. Ricordando quelle conclusioni “chiare e inequivocabili”, Trenta afferma ora “che come governo abbiamo il dovere di considerare”.

Quando vennero resi pubblici i risultati dell’inchiesta parlamentare – che ha tra l’altro parlava dell’esistenza del controverso “nesso di causalità tra l’esposizione all’uranio impoverito e le patologie denunciate” dal personale in divisa – si era consumato un duro scontro tra la Commissione e la Difesa. Perché quelle “criticità sconvolgenti” avevano “contribuito a seminare morti e malattie tra i militari”, mentre i vertici della Difesa facevano “negazionismo” e si registravano “assordanti silenzi” delle autorità di governo. Accuse che lo Stato maggiore aveva definito “inaccettabili” ribadendo il proprio impegno nella “tutela della salute dei militari”.

Fonte: Articolo de “Il Fatto Quotidiano”

Militari, riconosciuto il primo sindacato delle forze armate: “Svolta storica per i diritti. E più tutele per morti da uranio”

La ministra riconoscerà altre associazioni le cui richieste (decine quelle già presentate) rispondono ai criteri della Corte costituzionale, che lo scorso aprile aveva abrogato il divieto per i militari di riunirsi in sindacati. Tra queste il Siulm fondato dal maresciallo dell’Aeronautica Salvatore Rullo, che dice: “Finora non abbiamo mai avuto la minima tutela”. La pensa diversamente Antonio Tarallo, delegato Cocer dei carabinieri. “Credo che cambiare la Rappresentanza Militare con un soggetto ancora non ben definito non sia il giusto punto di partenza”

18 Gennaio 2019 – Autonomia economica, maggiore tutela su condizioni di lavoro e di salute e un peso diverso quando bisognerà mettersi al tavolo e discutere di contratti o di leggi che riguardano i militari. La firma dell’atto di riconoscimento da parte della ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, della prima associazione a carattere sindacale delle forze armate, nello specifico dell’Arma dei carabinieri, è effettivamente “una svolta storica per il mondo militare” così come l’hanno definita fonti di palazzo Baracchini. Ma è altrettanto vero che il passaggio da un sistema (quello attuale della cosiddetta ‘rappresentanza militare’) a un altro, affidato per la prima volta a sindacati, porta con sé anche malcontenti e qualche perplessità, per esempio rispetto alle competenze e a chi può o meno costituire sindacati e ricoprire cariche.

IN ATTESA DI ESSERE OPERATIVI – Già dalle prossime ore il ministro dovrebbe firmare il riconoscimento di altre associazioni le cui richieste (decine quelle già presentate) rispondono ai criteri della Corte costituzionale, che lo scorso aprile aveva abrogatoil divieto per i militari di riunirsi in sindacati. Tra queste il Siulm (Sindacato Italiano Unitario Lavoratori Militari) fondato dal maresciallo dell’Aeronautica Salvatore Rullo, che il 3 luglio 2018 (dopo la sentenza della corte Costituzionale) aveva depositato l’atto costitutivo. A sei mesi di distanza, si aspetta di iniziare a operare. L’iter che si sta seguendo è il seguente, spiega Rullo: il sindacato chiede l’assenso alla ministra che, a sua volta, trasmette ai vertici militari statuto e atto costitutivo per un parere non vincolante, ricevuto il quale conclude la pratica e dà l’ok definitivo.

L’ADDIO ALLA SISTEMA DELLA RAPPRESENTANZA MILITARE – Per capire perché si parla di “svolta storica” occorre fare un passo indietro. Da chi sono stati rappresentati i militari finora? A spiegarlo a ilfattoquotidiano.it è proprio Salvatore Rullo. “Finora non abbiamo mai avuto la minima tutela su diritti fondamentali come quello al lavoro e alla salute – commenta il maresciallo – perché per 40 anni avrebbe dovuto garantirli il sistema della ‘rappresentanza militare’, che però aveva grandissimi limiti operativi”. In primis la mancanza di autonomia. “Il sistema – aggiunge Rullo – era poi caratterizzato da dipendenze gerarchiche (alle riunioni presiedeva il più alto in grado) e non aveva neppure autonomia economica, tanto che è arrivato a costare 4 milioni di euro all’anno di soldi pubblici, sottratti al bilancio della Difesa”. Nel 2014 il senatore pentastellato, Bruno Marton, presentò un’interrogazione parlamentare per conoscere le spese inerenti il funzionamento degli organismi di ‘Rappresentanza Militare’ e dei Cocer, i rappresentanti dei militari a livello nazionale. A fornire i dati fu l’allora sottosegretario alla Difesa, Domenico Rossi, che è stato presidente del CoCeR Interforze del X mandato: quasi 4,4 milioni di euro, spesi principalmente per le indennità di missione dei delegati nazionali, 63 militari che rappresentano 5 Cocer (uno per ogni forza armata). “Tutto questo senza che lo strumento – spiega Rullo – garantisse tutele importanti”. C’è, però, chi non è così ottimista riguardo al cambiamento in atto. È il caso di Antonio Tarallo, delegato Cocer dei carabinieri. “Credo che cambiare la Rappresentanza Militare con un soggetto sindacale ancora non ben definito non sia il giusto punto di partenza per una riforma che ritengo epocale e giusta” ha scritto sul suo profilo Facebook. Secondo Tarallo la sentenza della corte Costituzionale “produrrà almeno inizialmente solo effetti negativi”.

DALLA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE ALLA LEGGE – Già. Perché la prima svolta, è bene ricordarlo, c’è stata ad aprile scorso, quando la Consulta ha dichiarato incostituzionale l’articolo 1475 comma 2 del Codice dell’ordinamento militare nella parte in cui vietava a soldati, avieri, marinai, carabinieri e finanzieri di costituire associazioni professionali a carattere sindacale. Dichiarata l’illegittimitàdella norma, bisogna riscriverne un’altra. Come spiegato dallo stesso ministro: “Le associazioni riconosciute potranno relazionarsi con i rispettivi Stati maggiori o Comandi generali, fatta salva la prerogativa negoziale”. Questa, infatti, “sarà regolamentata con legge. A questo proposito – ha sottolineato – già siamo al lavoro sul provvedimento normativo che presto, molto presto, inizierà ad essere discusso in Parlamento”. Dovrebbe essere presto calendarizzata alla Camera, infatti, la proposta di legge depositata a luglio 2018 dal Movimento 5 stelle (prima firmataria il capogruppo dei grillini in commissione Difesa, la deputataEmanuela Corda).

IL TESTO DEI CINQUE STELLE – La proposta prevede che i sindacati dei militari tutelino gli interessi degli iscritti senza interferire con la direzione dei servizi o con lo svolgimento dei compiti operativi. Resta esclusa dalla loro competenza la trattazione delle materie attinenti a ordinamento, addestramento, operazioni, al settore logistico-operativo, al rapporto gerarchico e funzionale e all’impiego del personale. Ordinamento e impiego del personale sono invece aspetti che interessano molto i sindacati e su cui è prevedibile che la discussione si accenderà. Stando al testo, le associazioni dovrebbero avere voce in capitolo su tutela individuale e collettiva dei militari, trattamento economico fondamentale, accessorio, di missione e di trasferimento, orario di lavoro, licenze, aspettative e permessi. Sono di loro competenza anche la disciplina generale in materia di mobilità del personale e attribuzione degli incarichi, la vigilanza sull’applicazione delle norme relative alla sicurezza sul lavoro e alla tutela della salute, i processi di ristrutturazione e di riorganizzazione di enti e reparti e di dismissione di infrastrutture che incidono sull’utilizzazione e sulla mobilità del personale, i trattamenti relativi alla previdenza pubblica e a quella integrativa. I sindacati potranno presentare ai ministeri competenti osservazioni e proposte sull’applicazione delle leggi e dei regolamenti e segnalare le iniziative di modifica da essi eventualmente ritenute opportune. Potranno chiedere, cosa che non era concessa ai Cocer, di essere ricevuti dai ministri competenti, dagli organi di vertice delle forze armate e dei corpi di polizia a ordinamento militare e dai rappresentanti delle regioni e delle amministrazioni locali. Potranno fornire consulenza agli organismi delle rappresentanze unitarie di base, sia in fase di predisposizione delle piattaforme contrattuali, sia in fase di contrattazione e di negoziazione ai vari livelli.

COSA CAMBIA CON I SINDACATI – “Questa è una svolta storica – sottolinea Rullo – un traguardo per 350mila militari e per le loro famiglie. Con i sindacati – spiega il maresciallo dell’Aeronautica – i militari conquistano la dignità di essere rappresentati, arrivando ad avere le stesse competenze di quelli di polizia che hanno questo diritto dal 1981”. Competenze che saranno dunque stabilite per legge: un punto su cui gli addetti ai lavori nutrono delle perplessità. “Tutto è migliorabile e confermo che è necessario discutere e chiarire meglio alcuni aspetti a riguardo” aggiunge Rullo. Ma in merito a concertazione di primo e secondo livello, retribuzione e indennità “dobbiamo ricordare che finora era tutto a discrezione del comandante e che finalmente avremo voce in capitolo sul rinnovo dei contratti”. Non solo. Finora le uniche firme vincolanti sul contratto “erano quelle dello Stato maggiore e della rappresentanza politica, mentre ora tra quest’ultima e i sindacati non ci sarà l’intermediazione dello Stato Maggiore”. E poi c’è il tema della sicurezza e della salute: “Abbiamo più di 360 morti per uranio e decide di migliaia di malati per uranio e amianto. In passato ci siamo dovuti tutelare da soli. Non accadrà più”.

LE PERPLESSITÀ – Un’altra questione è quella del doppio incarico. Come ricorda Antonio Tarallo, il ministro ha chiesto al Consiglio di Stato un parere sull’opportunità o l’inopportunità per il delegato della rappresentanza militare (ossia i Cocer) di svolgere la doppia mansione di delegato e sindacato. Il Consiglio di Stato ha ritenuto che, in questa fase transitoria, non sia opportuno lo svolgimento dell’attività sindacale da parte dei delegati del Cocer in carica che hanno chiesto l’assenso ministeriale per poter costituire le loro associazioni sindacali. Eppure, fa notare Tarallo, il primo sindacato ad essere autorizzato “è stato chiesto da un delegato della Rappresentanza militare”. Altri aspetti vengono sottolineati da Luca Marco Comellini, giornalista e segretario del Partito per la Tutela dei Diritti dei Militari e Forze di Polizia, secondo cui la proposta di legge e i diktat del ministro “hanno un solo punto in comune: una pervicace volontà di escludere dalla vita sindacale il personale militare in congedo”. In effetti i sindacati possono essere costituiti solo da militari in servizio o in ausiliaria, ma non in pensione. “Ciò appare inaccettabile – scrive Comellini – nel momento in cui, fin dal 2013, il personale in congedo dei ruoli della polizia di Stato può legittimamente svolgere e assumere cariche direttive all’interno dei sindacati del personale del Corpo”. Il rischio, insomma, è che si crei una disparità di trattamento. Il sospetto è che si vogliano limitare i numeri e le risorse (dunque il potere) a disposizione dei sindacati.

Fonte: Articolo de “Il Fatto Quotidiano”

Amianto, presentato il rapporto dell’Osservatorio nazionale: “6mila vittime nel 2017, picco tra 2025 e 2030”

Secondo i dati dell’Ona, ci sono ancora 40 milioni di tonnellate di fibre da bonificare, di cui 8 milioni “friabili” e per questo immediatamente pericolosi

20 Giugno 2018 – Sono passati quasi trent’anni dalla messa al bando dell’amianto in Italia ma il Belpaese è ancora imbottito della fibra killer e la strage silenziosa prosegue. Sono almeno seimila le vittime nel 2017 e ci sono ancora 40 milioni di tonnellate da bonificare con circa un milione di siti contaminati, tra edifici privati e pubblici. Sono questi alcuni dei numeri sull’amianto illustrati nel “Libro Bianco delle morti di amianto in Italia”, presentato a Roma dall’Osservatorio Nazionale Amianto. Secondo il rapporto Ona il tasso di mortalità correlato all’amianto non accenna a diminuire, anzi, “il trend è in aumento dalla fine degli anni ’80 e continuerà nei prossimi anni, con un picco previsto nel 2025-2030“, sottolinea il presidente dell’Ona Ezio Bonanni. Un dato drammatico più che prevedibile visto che il periodo d’incubazione per patologie correlate all’esposizione all’amianto può durare anche 30-40 anni e fino al 1992 in Italia si è fatto un uso ingente della fibra.

Italia – Sono molte le patologie derivanti dall’esposizione all’amianto e, purtroppo, i decessi. “Nel 2017 – spiega Bonanni – ci sono stati 3.600 morti per tumore polmonare, 1.900 per mesotelioma, e 600 per asbestosi. I numeri sono aumentati negli anni e sono destinati inevitabilmente ad a crescere. Nel 2000 i decessi per mesotelioma erano poco più di mille, quelli per tumore polmonare poco più di duemila. Nei prossimi dieci anni potremmo avere oltre 60mila morti a causa dell’amianto”. E per colpa della fibra killer non ci sono soltanto i tumori ma problemi respiratori vari con complicanze cardiocircolatorie.

Una strage silenziosa almeno da arginare, ma in Italia ci sono ancora 40 milioni di tonnellate di amianto da bonificare, tra queste 8 milioni sono friabili, con maggiori rischi. “E’ stato dimostrato – prosegue Bonanni – che basta respirare poche fibre per ammalarsi ma se le strutture costruite in passato con l’amianto sono in cattive condizioni, il rischio di contrarre una patologia, spesso mortale, a causa della fibra killer, aumenta a dismisura”. Andando nel dettaglio sono oltre 1 milione i siti contaminati in Italia. Circa 2400 scuole, con più di 350mila alunni e 50mila, del personale docente e non, esposti, 40 siti di interesse nazionale, 250 ospedali, 1000 biblioteche, 300.000 km di tubature della rete idrica italiana.

Nel mondo – Oltre confine i decessi a causa dell’esposizione all’amianto sono stati 107mila per mesoteliomi, tumori del polmone e asbestosi. Nonostante ciò la produzione mondiale di amianto è ancora superiore ai 2 milioni di tonnellate ogni anno anche perché la fibra è stata bandita solo da 62 paesi, tra cui quelli dell’Unione Europea.

Cosa fare – L’Ona ha proposto alcune soluzioni. Una su tutte: agevolare la bonifica usando i fondi strutturali europei, detrazioni e incentivi fiscali con credito d’imposta del 75% a favore degli imprenditori e dei privati. Altro passaggio fondamentale secondo l’Ona è la sorveglianza sanitaria “con diagnosi precoce e terapia tempestiva – sottolinea Bonanni – unita alla ricerca scientifica. Inoltre è importante raccogliere dati epidemiologici per fotografare l’impatto dell’amianto sulla salute umana. Solo così potremo dare delle risposte concrete per combattere questa strage silenziosa”.

Fonte: Articolo de “Il Fatto Quotidiano”

Amianto, “nel 2017 duemila decessi in Lombardia” dovuti alla presenza di asbesto

Secondo i dati del presidente dell’osservatorio Ezio Bonanni, Milano è la “capitale dell’amianto con record di casi”. In Lombardia “il 33% dell’amianto in Italia”. I rischi maggiori nelle scuole e nelle case popolari ancora non bonificate

27 Novembre 2018 – Duemila decessi in Lombardia nel solo anno 2017 per patologie legate all’asbesto, con Milano “capitale dell’amianto con record di casi di mesotelioma”. La denuncia è di Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale sull’amianto (Ona), durante la conferenza-seminario “Come difendersi sull’amianto: responsabilità civili, penali e profili previdenziali“, organizzata martedì mattina con il patrocinio dell’Ordine degli avvocati di Milano e la collaborazione di Labor Network presso il Tribunale del capoluogo lombardo. Durante l’incontro è stata presentata una serie di dati epidemiologici sulla presenza della fibra killer e sulle patologie tumorali collegate.

Secondo quanto detto da Bonanni, nel capoluogo lombardo c’è stata “una particolare trascuratezza nelle misure di sicurezza che, seppur in sé poco efficaci, avrebbero diminuito le esposizioni e dunque l’impatto dell’amianto sulla salute dei lavoratori e dei cittadini“. La magistratura, ha chiarito il pm Maurizio Ascione, titolare di molte inchieste su grandi aziende per la morte di operai, “sta seguendo un complesso e profondo percorso sulla tematica, atteso il principio della obbligatoria azione penale che poi, però, deve confrontarsi con la verifica della responsabilità penale che è personale. Servirebbe una riflessione – continua Ascione – anche in altre sedi, prima di tutto del legislatore, avendo l’esperienza di processi in questo settore che mostrano la drammaticità delle vicende esistenziali, nonché l’esigenza di risposte coerenti dal mondo scientifico ed industriale”.

Come è emerso dal convegno, l’Ona fin dal 2008 “ha segnalato la condizione di rischio in Lombardia, con particolare riferimento agli istituti scolastici e alle case popolari presenti nella città di Milano e in tutta la regione”. Tra il 2000 e il 2015 si sono registrati un totale di “5.680 casi di mesotelioma” in Lombardia (882 tra Milano e l’hinterland) con un “costante aumento” dei casi. In Lombardia, spiega ancora l’Osservatorio, che ha supportato i familiari delle vittime in molti processi, “c’è ancora il 33% della presenza totale di amianto in Italia” e ci sono “6 milioni di metri quadri, di cui 1,5 di amianto in matrice friabile, che hanno necessità di bonifica e smaltimento, altrimenti si continueranno ad avere ulteriori esposti, malati e decessi”.

I dati arrivano in contemporanea alla seconda udienza in Appello del processo a carico di Paolo Cantarella e Giorgio Garuzzo – rispettivamente ex amministratore delegato ed ex presidente di Fiat Auto – e di altri 3 ex manager Alfa e Lancia, accusati di omicidio colposo per 15 casi di operai morti per forme tumorali provocate, secondo l’accusa, dall’esposizione negli stabilimenti Alfa di Arese alla sostanza cancerogena. Gli imputati sono stati assolti in primo grado con proscioglimenti in linea con quelli di molti altri processi del genere degli ultimi anni a Milano.

Fonte: Articolo de “Il Fatto Quotidiano”