Striscia la Notizia al mercato ortofrutticolo di Forlì per l’amianto

Il caso in onda sabato su Canale 5

Forlì, 29 Aprile 2019 – “Striscia la Notizia” si è occupata della situazione del parcheggio del mercato ortofrutticolo di via dei Gerolimini: esulta Daniele Vergini, candidato sindaco del Movimento 5 Stelle, che per primo aveva sollevato il caso della copertura in amianto. Il servizio, curato dall’inviato Antonio Casanova, è andato in onda sabato sera su Canale 5.

La tv ha mostrato le condizioni del tetto, rovinato in più punti, mentre spesso transitano lì sotto mezzi che scaricano frutta e verdura. «Il Comune – attacca Vergini – si dimentica per 4 anni di bonificare amianto su una struttura di sua proprietà situata in una zona densamente abitata. E si dimentica addirittura di apporre i cartelli obbligatori per legge per segnalare il pericolo e di fare le verifiche annuali che sarebbero previste. Una situazione inaccettabile che indigna profondamente». Il Comune ha risposto a Striscia che tra maggio e giugno partiranno i lavori di messa in sicurezza. «Ma per appena 30mila euro non serviva un appalto, era sufficiente un affido diretto». Il Movimento 5 Stelle rivendica di aver fatto rimuovere l’amianto anche nell’ex cartiera ai Romiti o al liceo classico.

Fonte: Articolo de “Il Resto del Carlino”

Striscia la Notizia al mercato ortofrutticolo, dopo la nostra interrogazione sull’amianto nel parcheggio di via dei Gerolimini

Forlì, 28 Aprile 2019 – Amianto in centro a Forlì, al mercato ortofrutticolo, nel parcheggio di via dei Gerolimini, dove viene smerciata gran parte della frutta e verdura del forlivese. La vicenda, sollevata dal sottoscritto e trattata con scarso rilievo dalla stampa locale circa un mese fa, è stata oggetto ieri dalla trasmissione Striscia la Notizia di Canale 5 (clicca per vedere il servizio), con una troupe che si è recata sul posto e ha intervistato l’oncologo Ruggero Ridolfi, che ha ricordato come le fibre di amianto siano pericolose e cancerogene e possano causare tumori. La situazione paradossale, che evidentemente ha attirato l’attenzione di una TV nazionale, è quella di un Comune che si dimentica per 4 anni di bonificare amianto su una struttura di sua proprietà situata in una zona densamente abitata! E si dimentica addirittura di apporre i cartelli obbligatori per legge per segnalare il pericolo e di fare le verifiche annuali che sarebbero previste! Una situazione inaccettabile che indigna profondamente vista anche la presenza di numerose scuole entro un raggio di 300m, ogni cittadino avrebbe diritto a sapere se compra il proprio cibo o porta i propri figli in un’area potenzialmente pericolosa. Ma, a quanto pare, per risvegliare politici e tecnici dal “torpore” ci voleva ancora una volta l’intervento del M5S, l’unica forza politica che fa quotidianamente gli interessi dei cittadini, non solo sotto campagna elettorale ma da sempre, il nostro impegno su questo fronte è sempre stato costante come quando abbiamo fatto rimuovere l’amianto nella ex cartiera del quartiere Romiti, o ancora quando abbiamo puntato i fari sull’amianto nel corridoio d’ingresso all’aula magna del liceo classico.

Vorrei poi ricordare al Comune di Forlì, che parla della necessità di fare una gara fra vari operatori per affidare i lavori di rimozione amianto di via Gerolimini entro giugno, che non serve un bando per affidare lavori per 30.000 euro come in questo caso… ma basterebbe un affido diretto, soprattutto se c’è una situazione di urgenza come questa.

Col M5S al governo della città ci sarà invece un deciso cambio di passo sull’amianto, di certo noi i cartelli di pericolo li metteremo e nel nostro programma sono previste tutta una serie di iniziative, a partire da un’informazione capillare alla cittadinanza sui pericoli e rischi per la salute connessi all’amianto. Fino ad arrivare ad una mappatura aerea tramite droni di tutto il territorio comunale, e il reperimento di appositi fondi europei per agevolare le bonifiche, anche a privati. Le soluzioni per affrontare la piaga dell’amianto esistono e anche le risorse economiche, quello che è mancato all’attuale amministrazione è la volontà e la capacità politica di farlo.

Daniele Vergini, candidato sindaco M5S Forlì

Programma Ambientale del Movimento 5 Stelle elezioni comunali di Forlì 2019

Amianto nel parcheggio, le telecamere di Striscia a Forlì. Vergini: “Situazione inaccettabile”

Casanova ha anche specificato che l’amministrazione comunale ha fatto sapere che in queste settimana darà via alla gara d’appalto

Forlì, 28 Aprile 2019 – Il caso della tettoia in amianto al mercato ortofrutticolo, nel parcheggio di via dei Gerolimini, finisce al centro del tg satirico di Canale 5 “Striscia la Notizia”. Una troupe, con l’illusionista Antonio Casanova, che si è recata sul posto e ha intervistato l’oncologo Ruggero Ridolfi, che ha ricordato come “le fibre di amianto siano pericolose e cancerogene e possano causare tumori”. Casanova ha anche specificato che l’amministrazione comunale ha fatto sapere che in queste settimana darà via alla gara d’appalto e che entro maggio inizio giugno ci sarà la consegna dei lavori. E la struttura “magicamente” scomparirà. “Sarà un termine che noi controlleremo per essere sicuri che tutto sia stato fatto”.

Afferma il candidato sindaco del Movimento 5 Stelle, Daniele Vergini: “La situazione paradossale, che evidentemente ha attirato l’attenzione di una televisione nazionale, è quella di un Comune che si dimentica per 4 anni di bonificare amianto su una struttura di sua proprietà situata in una zona densamente abitata. E si dimentica addirittura di apporre i cartelli obbligatori per legge per segnalare il pericolo e di fare le verifiche annuali che sarebbero previste”.

“Una situazione inaccettabile – prosegue l’esponente pentastellato – che indigna profondamente vista anche la presenza di numerose scuole entro un raggio di 300 metri, ogni cittadino avrebbe diritto a sapere se compra il proprio cibo o porta i propri figli in un’area potenzialmente pericolosa. Ma, a quanto pare, per risvegliare politici e tecnici dal “torpore” ci voleva ancora una volta l’intervento del M5S, l’unica forza politica che fa quotidianamente gli interessi dei cittadini, non solo sotto campagna elettorale ma da sempre, il nostro impegno su questo fronte è sempre stato costante come quando abbiamo fatto rimuovere l’amianto nella ex cartiera del quartiere Romiti, o ancora quando abbiamo puntato i fari sull’amianto nel corridoio d’ingresso all’aula magna del liceo classico”.

Chiosa Vergini: “Vorrei poi ricordare al Comune di Forlì, che parla della necessità di fare una gara fra vari operatori per affidare i lavori di rimozione amianto di via Gerolimini entro giugno, che non serve un bando per affidare lavori per 30mila euro come in questo caso, ma basterebbe un affido diretto, soprattutto se c’è una situazione di urgenza come questa”. Conclude il candidato sindaco: “Col M5S al governo della città ci sarà invece un deciso cambio di passo sull’amianto, di certo noi i cartelli di pericolo li metteremo e nel nostro programma sono previste tutta una serie di iniziative, a partire da un’informazione capillare alla cittadinanza sui pericoli e rischi per la salute connessi all’amianto. Fino ad arrivare ad una mappatura aerea tramite droni di tutto il territorio comunale, e il reperimento di appositi fondi europei per agevolare le bonifiche, anche a privati. Le soluzioni per affrontare la piaga dell’amianto esistono e anche le risorse economiche, quello che è mancato all’attuale amministrazione è la volontà e la capacità politica di farlo”.

Fonte: Articolo de “Forlì Today”

Amianto deteriorato sopra la frutta e la verdura al mercato: lavori attesi a giugno

Lo ha specificato l’assessore all’Ambiente, William Sanzani, rispondendo ad un question time presentato dal consigliere comunale e candidato sindaco del M5S, Daniele Vergini

Forlì, 2 Aprile 2019 – Sono attesi per il mese di giugno i lavori di bonifica e demolizione di una tettoia in amianto al mercato ortofrutticolo, in via dei Gerolimini. Lo ha specificato l’assessore all’Ambiente, William Sanzani, rispondendo ad un question time presentato dal consigliere comunale e candidato sindaco del M5S, Daniele Vergini. L’assessore ha spiegato che il “progetto è stato redatto negli ultimi mesi e approvato dalla giunta il 18 dicembre scorso”. Ci sarà una “gara di affidamento di lavori tra gli operatori specializzati” e l’inizio dei lavori è atteso per giugno. “Ci sono voluti ben quattro anni per avere lavori che richiedono solo 30mila euro – ha replicato Vergini -. E’ un esempio di un’amministrazione che non funziona bene e che è stata troppo morbida sul pericolo amianto”.

“Una mancanza di attenzione inaccettabile riguardo ai pericoli dell’amianto, che si aggiunge alle tante da noi segnalate in questi anni – aveva già ricordato Vergini -. Se i forlivesi, col voto di maggio, decideranno di mandarci alla guida della città una delle nostre priorità sarà proprio quella di una maggiore attenzione al rischio amianto. Abbiamo in programma tutta una serie di iniziative, a partire da un’informazione capillare alla cittadinanza sui pericoli e rischi per la salute connessi all’amianto. Fino ad arrivare ad una mappatura aerea tramite droni di tutto il territorio comunale, e il reperimento di appositi fondi europei per agevolare le bonifiche, anche a privati. Le soluzioni per affrontare la piaga dell’amianto esistono e anche le risorse economiche, quello che è mancato all’attuale amministrazione è la volontà e la capacità politica di farlo”.

Fonte: Articolo de “Forlì Today”

Amianto deteriorato sopra la frutta e la verdura al mercato: la protesta del M5S

Da quattro anni un tettoia in amianto al mercato ortofrutticolo doveva essere smantellata, per un costo di 30mila euro circa

Forlì, 25 Marzo 2019 – Da quattro anni un tettoia in amianto al mercato ortofrutticolo doveva essere smantellata, per un costo di 30mila euro circa. Ma il Comune continua a far utilizzare la struttura per il carico e scarico dell’ortofrutta. A segnalarlo è Daniele Vergini, candidato sindaco del M5S a Forlì: “Ci è stato segnalato che in via dei Gerolimini, in un’area densamente abitata nei pressi del mercato ortofrutticolo, c’è un parcheggio pubblico con una tettoia di proprietà del Comune con lastre contenenti amianto molto deteriorate. E nonostante diverse segnalazioni all’amministrazione la rimozione sarebbe sempre stata rinviata per anni. Inoltre, come se non bastasse, sotto quella tettoia sostano pure i veicoli che trasportano i prodotti all’interno del mercato e spesso per molte ore cassette contenenti frutta e verdura destinate alla vendita vengono accatastate proprio lì”.

“Protesta Vergini: “I documenti con la valutazione dei rischi agli atti in Comune prescrivevano che la tettoia dovesse essere rimossa almeno da un anno “vista la presenza di numerose scuole entro un raggio di 300m e dell’elevato afflusso di persone che giornalmente usufruiscono del parcheggio”, eppure ad oggi è ancora lì e non si vede traccia nemmeno dei cartelli obbligatori per legge per indicare il pericolo”.

“Una mancanza di attenzione inaccettabile riguardo ai pericoli dell’amianto, che si aggiunge alle tante da noi segnalate in questi anni. Se i forlivesi, col voto di maggio, decideranno di mandarci alla guida della città una delle nostre priorità sarà proprio quella di una maggiore attenzione al rischio amianto. Abbiamo in programma tutta una serie di iniziative, a partire da un’informazione capillare alla cittadinanza sui pericoli e rischi per la salute connessi all’amianto. Fino ad arrivare ad una mappatura aerea tramite droni di tutto il territorio comunale, e il reperimento di appositi fondi europei per agevolare le bonifiche, anche a privati. Le soluzioni per affrontare la piaga dell’amianto esistono e anche le risorse economiche, quello che è mancato all’attuale amministrazione è la volontà e la capacità politica di farlo”, conclude Vergini.

Fonte: Articolo de “Forlì Today”

Torri Gemelle: niente più soldi per i moribondi

21 Febbraio 2019 – Se vi chiedessero “quante persone sono morte nell’attacco alle Torri Gemelle?”, la maggioranza di voi risponderebbe “circa 3.000”.

Invece la cifra è di almeno 5 volte superiore.

Sono già oltre 15.000 le persone morte in seguito all’attacco delle Torri Gemelle, se si contano anche tutte quelle morte di cancro negli anni successivi, per aver respirato l’amianto che era contenuto nella struttura dei due grattacieli.

Per tutte queste persone – soccorritori, pompieri, poliziotti, normali cittadini – il governo americano aveva stanziato circa 7 miliardi di dollari, che avrebbero dovuto ricompensare le vittime e i loro parenti nel corso degli anni.

Ma ora – vergogna dentro la vergogna – il fondo ha comunicato che i soldi stanno per finire, e che da oggi i rimborsi verranno dimezzati per tutti i nuovi malati.

Più di 5 miliardi sono già stati spesi fino ad oggi per rimborsare i morti e i danneggiati da malattie respiratorie, e ne restano soltando un paio prima che il fondo si esaurisca.

Purtroppo il mesotelioma si rivela a volte solo dopo molti anni, per cui non è possibile sapere quanti ancora si presentaranno agli sportelli governativi per reclamare il compenso per la malattia.

Ma il governo americano, il grande governo dei giusti, di quelli che si ricordano sempre di mandare le “risorse umanitarie” quando c’è una nazione da piegare al proprio volere, non riesce a trovar dei soldi aggiuntivi per i morti e i malati delle Torri Gemelle. Morti e malati che loro stessi hanno creato.

Il fondo è quello che è, e a quelli che ancora devono venire non resterà che spartirsi le briciole di ciò che rimane.

God bless America.

Massimo Mazzucco

Fonte: Articolo de “www.luogocomune.net”

Per chi fosse interessato alla testimonianza, inascoltata dai media mainstream, dei familiari delle vittime dell’11 settembre 2001 morte sia per i crolli delle Torri Gemelle sia per l’amianto e le nanoparticelle di metalli pesanti, inalate tramite le vie aeree dalla nube tossica contenente anche in grande percentuale amianto oltre a tutti gli altri metalli pesanti, che hanno portato alla formazione di letali patologie neoplastiche, visionare i relativi minuti nei video sottostanti.

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Guardare da 02.43.15 a 02.55.00

e da 04.58.10 a 05.00.15

Film di Massimo Mazzucco

Tutti i film di Massimo Mazzucco sono liberamente condivisibili e scaricabili su youtube.

L’autore nonché regista stesso ne incentiva la diffusione in qualsiasi maniera.

Chiaramente qual ora qualcuno volesse anche possedere un originale in DVD l’autore si riversa la possibilità della vendita privata.

L’acquisto è un modo per sostenere ed apprezzare il lavoro svolto.

Amianto sulle navi, per i pm più marinai morti che nelle guerre degli ultimi 20 anni. Ma dalla politica solo mezze verità

Il libro inchiesta dei giornalisti Lino Lava e Giuseppe Pietrobelli ricostruisce i ritardi e i silenzi della Marina militare sull’uso della fibra killer nelle imbarcazioni. Tre ministri si sono nascosti dietro dichiarazioni di facciata, mentre gli ammiragli imputati nei processi continuano a non mettere piede in aula. Come se questa storia non esistesse, nonostante i 600 morti, un procedimento finito in prescrizione, un altro in corso e un filone d’indagine in fase istruttoria

Forlì, 18 Ottobre 2017 – Ci sono 600 morti, un processo finito in prescrizione, un altro in corso e un filone d’indagine in fase istruttoria. C’è da una parte la richiesta di giustizia dei servitori dello Stato ammalati o morti – e il conteggio è ancora aperto, in attesa del picco previsto nel 2020 – e dall’altra tre ministri della Difesa che negli ultimi sei anni hanno raccontato mezze verità, fornito dati generici e mai chiarito totalmente la vicenda.

Più morti che in guerra, ma i ministri tacciono – Da Ignazio La Russa fino a Roberta Pinotti, passando per Giampaolo Di Paola, nessuno ha spiegato nei dettagli al Parlamento dell’amianto a bordo delle navi militari italiane e del suo lento smaltimento, nonostante la tossicitàdella fibra fosse nota alla Marina dal 1967 e il minerale al bando dal 1992. E mentre i ministri si nascondono dietro verità di facciata, gli ammiragli imputati nei processi continuano a non mettere piede in aula. Come se questa ‘battaglia’ costata all’Italia, stando all’ipotesi della procura di Padova, un numero di morti maggiore di quanti se ne sia effettivamente contati in scenari di guerra negli ultimi 22 anni, non esistesse.

Il libro-inchiesta – A riportarla a galla sono stati i giornalistiLino Lava e Giuseppe Pietrobelli, collaboratore de ilfattoquotidiano.it, con il libro-inchiesta Navi di amianto (Oltre edizioni, 247 pagine, 16 euro) nel quale ricostruiscono ritardi e silenzi della Marina militare di fronte a quelle morti bianche senza giustizia, negata perfino dall’Inps che si rifiuta di riconoscere i risarcimenti a chi si è ammalato dal 1995 in poi o non lavorava sotto coperta.

Il silenzio dello Stato – Mentre lo Stato per 13 anni si è barcamenato pigramente e burocraticamente, lasciando che le navi contaminate continuassero a navigare come svela una mappatura del Registro navale italiano del 2008, pubblicata per la prima volta nel libro. Basti pensare che la prima dichiarazione ufficiale risale al 2011 ed è dell’allora ministro La Russa: il silenzio di Stato viene rotto grazie a due interrogazioni parlamentari, rispondendo alle quali il titolare della Difesa fornisce una spiegazione vaga e incompleta, senza dati verificabili. Non si sa quanto amianto sia già stato rimosso né quali siano i costi o i tempi per la bonifica totale della flotta.

I primi numeri di Di Paola – Un anno più tardi, tocca a Di Paola rispondere al Parlamento, pungolato dai Radicali. Si scopre così che solo il 20% delle unità navali era stato completamente bonificato e l’amianto era stato rimosso parzialmente dal 44%delle 155 corvette, fregate e cacciatorpedinieri con la fibra killer a bordo. Nel 2012, quindi, otto navi su dieci avevano ancora la fibra a bordo. Numeri che nei mesi successivi si assottiglieranno rapidamente, facendo arrabbiare l’Associazione famiglie esposti amianto che criticherà duramente il balletto di dati. Senza tra l’altro che il ministro si sia preoccupato di indicare quali fossero le navi decontaminate e quali quelle in attesa di interventi. Tutto top secret. L’unico dettaglio aggiunto da Di Paola è che “l’amianto, ove presente, risulta adeguatamente confinato e incapsulato”. Non una parola sugli appalti né sui ritardi ventennali che caratterizzano la bonifica, divenuta più rapida solo dopo la prima inchiesta nata a Padova.

Le non verità della Pinotti – La chiarezza non ha contraddistinto neanche Roberta Pinotti, chiamata a rispondere come altri ministri, da Luigi Di Maio e altri parlamentari del Movimento 5 Stelle. La litania è sempre la stessa: “La Marina non ha più impiegato materiali contenenti amianto e, dal 1992, tutte le unità navali sono state costruite e messe in servizio con la certificazione amianto free”. Un’affermazione che in “Navi di amianto”, viene definita “non vera, smentita dalle carte dell’inchiesta e da decine di testimonianze”. Alla stessa conclusione arriva Di Maio, che ne chiede conto alla Pinotti in una nuova interrogazione. È in attesa di risposta dal settembre 2015 nonostante sette solleciti formali. Sono intanto passati 13 anni da quando l’ex sottufficiale Giovanni Baglivo, per la prima volta, iniziò a raccontare davanti a un registratore tascabile di un ufficiale della polizia giudiziaria le condizioni di lavoro nelle navi e i rischi per i militari, inconsapevoli protagonisti di questa storia di silenzi, omissioni e mezze verità. Ecco il suo racconto, tratto dal primo capitolo di Navi di amianto.

I primi numeri di Di Paola – Un anno più tardi, tocca a Di Paola rispondere al Parlamento, pungolato dai Radicali. Si scopre così che solo il 20% delle unità navali era stato completamente bonificato e l’amianto era stato rimosso parzialmente dal 44%delle 155 corvette, fregate e cacciatorpedinieri con la fibra killer a bordo. Nel 2012, quindi, otto navi su dieci avevano ancora la fibra a bordo. Numeri che nei mesi successivi si assottiglieranno rapidamente, facendo arrabbiare l’Associazione famiglie esposti amianto che criticherà duramente il balletto di dati. Senza tra l’altro che il ministro si sia preoccupato di indicare quali fossero le navi decontaminate e quali quelle in attesa di interventi. Tutto top secret. L’unico dettaglio aggiunto da Di Paola è che “l’amianto, ove presente, risulta adeguatamente confinato e incapsulato”. Non una parola sugli appalti né sui ritardi ventennali che caratterizzano la bonifica, divenuta più rapida solo dopo la prima inchiesta nata a Padova.

Le non verità della Pinotti – La chiarezza non ha contraddistinto neanche Roberta Pinotti, chiamata a rispondere come altri ministri, da Luigi Di Maio e altri parlamentari del Movimento 5 Stelle. La litania è sempre la stessa: “La Marina non ha più impiegato materiali contenenti amianto e, dal 1992, tutte le unità navali sono state costruite e messe in servizio con la certificazione amianto free”. Un’affermazione che in “Navi di amianto”, viene definita “non vera, smentita dalle carte dell’inchiesta e da decine di testimonianze”. Alla stessa conclusione arriva Di Maio, che ne chiede conto alla Pinotti in una nuova interrogazione. È in attesa di risposta dal settembre 2015 nonostante sette solleciti formali. Sono intanto passati 13 anni da quando l’ex sottufficiale Giovanni Baglivo, per la prima volta, iniziò a raccontare davanti a un registratore tascabile di un ufficiale della polizia giudiziaria le condizioni di lavoro nelle navi e i rischi per i militari, inconsapevoli protagonisti di questa storia di silenzi, omissioni e mezze verità. Ecco il suo racconto, tratto dal primo capitolo di Navi di amianto.

L’ESTRATTO DEL LIBRO NAVI D’AMIANTO DI L. LAVA E G. PIETROBELLI

Il destino ormai quasi compiuto è, invece, il letto d’ospedale dove giace l’ex sottufficiale Giovanni Baglivo, tecnico di macchina e meccanico di macchina a vapore sulle navi della Marina Militare. È il 5 agosto 2004, da appena una settimana è stato operato per mesotelioma pleurico, un male che non lascia scampo. Il registratore tascabile Olimpus Pearlcorder L200, in dotazione alla Procura della Repubblica di Padova, è acceso sul comodino. Fatica a respirare e a parlare, il militare pugliese di Tricase venuto a curarsi in Veneto, dove gli hanno tolto una parte del polmone destro. Sopravviverà soltanto fino al 4 settembre 2005. «Sembrava un condannato a morte» ricorda, molti anni dopo, Omero Negrisolo, uno degli ufficiali di polizia giudiziaria che ne hanno ascoltato il drammatico racconto. È il primo marinaio ammalatosi per l’amianto a mettere in un verbale, a futura memoria, le condizioni di lavoro nelle navi, il rischio a cui gli inconsapevoli equipaggi erano sottoposti.

È una fotografia in bianco e nero della faccia nascosta della Marina Militare. Ciò che nessuno si aspettava, scoperta dissacrante del trattamento riservato ai fedeli servitori del tricolore nel regno della fatica e del sudore, senza regole né rispetto per la salute. Trattati come viaggiatori all’inferno senza biglietto di ritorno. Non ci sono sorrisi, brindisi alla vita e alla giovinezza, in questa istantanea senza speranza. C’è solo il rantolo di un uomo malato e stanco. «Io stavo in sala caldaie dove c’è una temperatura ambientale all’incirca di 40-50 gradi e una temperatura della caldaia diciamo di 450 gradi e una pressione di 50… Lascio immaginare che protezione avevano i tubi che conducevano questo tipo di vapore. In locale motrice arrivava lo stesso vapore con la stessa temperatura e con la stessa pressione, altrimenti non si poteva navigare. I primi 7-8 anni le guardie si facevano solo ed esclusivamente nel locale caldaie. Noi dovevamo stare lì sotto estate e inverno».

Allora l’amianto era vissuto come una risorsa, non come una dannazione. «Siccome c’era parecchio caldo ci dovevamo spogliare, lavoravamo a braccia scoperte e senza nessun tipo di maschera, anzi io ho lavorato pure sulle testate di vapore della nave Impavido, che si trovano sotto la scaletta in motrice di prora…». L’immagine sembra provenire da un altro mondo, neppure troppo lontano visto che quel cacciatorpediniere è stato radiato nel 1991. «Un giorno era saltata una ‘dialico’, la guarnizione di vapore, e ha cominciato a fuoriuscire del vapore, che ha saturato quasi tutta la nave di caldo. Si doveva per forza intervenire. E io ho tolto via esattamente mezzo quintale di amianto per poter sostituire la ‘dialico’… stavo con una mazzetta da 12 chili, da 15 chili, una chiave da 48. Stavo a slip… a scarponciini, a slip a lavorare così, senza nessun tipo di protezione».

Evento imprevedibile, si potrebbe pensare. Invece, anche la routine era pericolo diffuso. «Le tubazioni erano chilometri, arrivavano in tutta la nave, pure dove si dormiva, con queste coperture di amianto o di quelle cose lì… pure nei camerini, nei bagni, dappertutto c’era questa cosa”. Amianto, un nemico invisibile. E neppure annunciato. “Non ci hanno mai allertato in tal senso. Mai. Io non ho mai saputo. Adesso lo sto sapendo, perché sto passando le conseguenze… Ci hanno mandati allo sbaraglio».

Così sono stati ridotti quei bravi ragazzi, incapaci di difendersi da un’entità ostile di cui neppure conoscevano l’esistenza. Ma il tempo trascorso non induca alla sottovalutazione o al rilassamento delle coscienze di fronte a una malattia indotta da cause tecnico-ambientali, che qualcuno vorrebbe incolpevole figlia dei suoi tempi. I magistrati padovani non lo hanno fatto. Il pubblico ministero militare Sergio Dini ha aperto la prima inchiesta per la morte da mesotelioma pleurico sinistro di tipo epiteliale, avvenuta il 3 febbraio 2002, del puntatore cannoniere Giuseppe Calabrò. Il sostituto Emma Ferrero ne ha avviata una seconda, in Procura ordinaria, anche per il decesso di Baglivo del 2005. Da quelle istruttorie è nato il processo “Marina Uno”, primo tentativo di squarciare il velo sugli omicidi colposi che per decenni si sono consumati sulle navi della Marina italiana a causa dell’amianto e della mancata osservanza delle regole di tutela da parte degli ammiragli, alias datori di lavoro dei marinai. Il processo in Tribunale si è concluso con l’assoluzione, l’appello con la prescrizione dei reati. Ma il ping-pong della Cassazione ha rimandato tutto indietro, con la conferma della prescrizione. Giustizia per il codice, giustizia negata per chi sta morendo. 

Fonte: Articolo de “Il Fatto Quotidiano”

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Padova, 10 ammiragli della Marina assolti per morte dei marinai su navi ‘imbottite’ di amianto. I colleghi: “Uccisi di nuovo”

Il giudice ha assolto gli imputati con la formula più ampia, ovvero perché il fatto non sussiste (solo in un caso per non aver commesso il fatto). In questo modo anche la Marina Militare, che era stata citata come responsabile civile, esce indenne dal processo. La sentenza è stata accolta in aula dai marinai di numerose associazioni al grido di “Vergogna, li avete uccisi, ci avete uccisi due volte”

Padova, 14 Gennaio 2019 – Le navi della Marina Militare Italiana erano, e in parte lo sono ancora, imbottite di amianto. Centinaia di marinai si sono ammalati di mesotelioma pleurico o di altre patologie asbesto correlate quando erano imbarcati sui natanti per aver respirato le fibre del minerale che si trovava un po’ in tutte le zone, dalla sala macchine ai dormitori, dalle cucine alle infermerie. Molti di loro sono morti, gli altri stanno ancora combattendo la battaglia a causa del “fuoco amico”, ovvero i danni subiti nell’esercizio del servizio. Nessun ammiraglio è colpevole per quelle morti bianche.

Il giudice del tribunale di Padova, Chiara Bitozzi, ha assolto tutti gli alti ufficiali della Marina che avevano la responsabilità degli equipaggi e della tenuta della flotta che ha continuato a solcare il mare anche dopo la messa al bando dell’amianto, che risale al 1992. Lo stesso pubblico ministero Sergio Dini aveva chiesto un mese fa l’assoluzione, a conclusione di un processo durato tre anni e mezzo e un’inchiesta cominciata una quindicina di anni fa. La sentenza è stata accolta in aula dai marinai di numerose associazioni al grido di “Vergogna, li avete uccisi, ci avete uccisi due volte”. I marinai hanno mostrato cartelli con cui chiedevano giustizia.

Il giudice ha assolto gli imputati con la formula più ampia, ovvero perché  il fatto non sussiste (solo in un caso per non aver commesso il fatto). In questo modo anche la Marina Militare, che era stata citata come responsabile civile, esce indenne dal processo. Bisogna ora attendere le motivazioni per capire quale sia il ragionamento del giudice. Molto probabilmente non ritiene provato il nesso di causalità tra il comportamento (omissivo, nella tutela della salute) degli ammiragli e l’insorgere o l’aggravarsi della malattia.

Sul banco degli imputati inizialmente c’erano 13 ammiragli (tre sono poi deceduti): Francesco Chianura, Guido Cucciniello, Agostino Di Donna, Elvio Melorio, Mario Porta, Antonio Bocchieri, Mario Di Martino, Umberto Guarnieri, Angelo Mariani, Luciano Monego, Sergio Natalicchio, Rodolfo Stornelli e Guido Venturoni. Tra di loro vi sono ex capi di stato maggiore, responsabili delle strutture sanitarie militari e della gestione della flotta. Le accuse riguardavano l’omicidio colposo(“aver causato o contribuito a causare o comunque non impedito” la morte o l’insorgere del male), collegato all’obbligo dell’ammiraglio-imprenditore di tutelare l’integrità fisica dei prestatori di lavoro, al mancato rispetto delle leggi in materia di igiene del lavoro e alla violazione del regolamento di disciplina militare che impone all’ufficiale superiore la salvaguardia dell’integrità fisica del personale militare.

Il rinvio a giudizio risale al dicembre 2014, il processo è cominciato il 25 maggio 2015. Si è trattato del dibattimento più importante istruito in Italia contro la Marina Militare. Il precedente “Marina Uno” (sempre a Padova) riguardava soltanto la morte del puntatore cannoniere Giuseppe Calabrò e del tecnico di macchina Giovanni Baglivo. In quel caso gli ammiragli imputati erano otto. Si era concluso in primo grado (2012) con l’assoluzione perché il fatto non sussiste, in appello a Venezia (2014) con la prescrizione(la responsabilità c’era, ma il tempo cancellava le eventuali condanne). Nel 2015 la Cassazione aveva ordinato un nuovo processo per valutare, in base a leggi scientifiche, la correlazione tra l’esposizione all’amianto dei marinai (che nessuno poteva contestare), l’insorgere della malattia (dalla latenza molto lunga) e l’effetto acceleratore sul morbo della stessa esposizione. Nel marzo 2017 la doccia fredda: assoluzione a Venezia perché il giudice non sostituirsi con una sua interpretazione al dibattito della comunità scientifica, che è divisa sugli effetti acceleratori dell’esposizione nel tempo all’amianto. Ma la Cassazione ha poi ordinato un terzo processo d’appello.

Sono gli stessi temi dibattuti in “Marina Due”. Ma il risultato era, ed è anche oggi, quello di una “condanna impossibile”. Perché non si riuscirebbe a provare l’epoca precisa dell’innesco della malattiae a dimostrare se lo stato delle navi, imbottite di amianto, abbia contribuito ad accelerare la latenza del male. Siccome gli ammiragli si sono succeduti nei ruoli di comando per periodi relativamente brevi (da qualche mese a qualche anno) ecco che la loro responsabilità penale non sarebbe provata. Questa tesi, che rimanda alle responsabilità politiche, era stata sostenuta dal pm Dini: “È alla politica che spettava investire risorse per bonificare le navi dall’amianto. Gli ammiragli, invece, non avevano l’autonomia di spesa per farlo”. Cala il sipario sul destino processuale di centinaia di persone morte a causa dell’amianto. Pietro Serarcangeli, dell’associazione Afea, commenta: “Una decisione vergognosa, che cancella 1.100 marinai militari morti per l’amianto”. Mentre per Salvatore Garau, di Afea Sardegna, “abbiamo fatto il nostro dovere sulle navi e adesso scopriamo che eravamo carne da macello, perché nessuno era responsabile di tutelare la nostra salute”.

Fonte: Articolo de “Il Fatto Quotidiano”

Uranio impoverito, Trenta vuole tavolo tecnico sui militari contaminati: “Stop al silenzio spaventoso che c’è stato finora”

Svolta sui casi di morte e malattie nelle Forze Armate a quasi un anno dalla discussa relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta, criticata dallo Stato maggiore della Difesa. La ministra annuncia: “Chiesto all’Avvocatura di Stato resoconto complessivo su tutte le pendenze giudiziarie in corso”. Secondo l’Osservatorio militare ci sono già stati 363 decessi

27 Novembre 2018 – L’ultima vittima è un maresciallo dell’Aeronautica morto circa un mese fa. Decesso numero 363, secondo l’Osservatorio militare. L’elenco degli appartenenti alle Forze Armate che hanno perso la vita per la presunta contaminazione da uranio impoverito è dovuto arrivare a quella spaventosa cifra perché dal ministero della Difesa arrivasse una promessa di chiarezza dopo anni di “assordanti silenzi”come li aveva definiti la Commissione parlamentare d’inchiesta nella relazione approvata al termine della scorsa legislatura.

Invece ora il ministro Elisabetta Trenta ammette che “il tema c’è, esiste e non possiamo voltarci dall’altra parte” e annuncia l’avvio di un tavolo tecnico per approfondire la questione dopo aver incontrato Domenico Leggiero, il responsabile dell’Osservatorio che dal 1999 si occupa dei casi di presunta contaminazione da uranio impoverito.

Chiarire la vicenda è una “priorità”, spiega Trenta che aveva annunciato l’intenzione di rompere il “tabù” durante Italia a 5 Stelle. Sotto il profilo pratico, si è tradotta nella richiesta già avanzata all’Avvocatura di Stato di un “resoconto complessivo su tutte le pendenze giudiziarie in corso” per approfondire “ogni singolo caso separatamente, perché ogni caso ha le sue specificità”. Durante lo studio dei casi, promette, “sarà avviato un tavolo tecnico che vedrà coinvolti “i principali attori competenti sulla materia”. Perché fino ad oggi sulla questione uranio “c’è stato un silenzio spaventoso e questo non è più accettabile”, ha aggiunto la titolare della Difesa.

Parole di segno totalmente opposto alla reazione dello Stato Maggiore della Difesa e dello stesso ministero quando lo scorso 7 febbraio la Commissione parlamentare, presieduta dal dem Gian Piero Scanu, rese pubblica la relazione finale. In quel testo c’erano accuse inequivocabili e si parlava di “sconvolgenti criticità” scoperte nel settore della sicurezza e della salute sul lavoro dei militari, sia in Italia che durante le missioni estere.

Risultati imbarazzanti per i vertici militari e il governo perché, secondo deputati e senatori, la “diffusa inosservanza degli obblighi (…) risulta perfettamente funzionale a una strategia di sistematica sottostima, quando non di occultamento, dei rischi e delle responsabilità effettive”. Il risultato? Racchiuso in un numero: 1100 soldati deceduti o ammalati per patologie absesto-correlate solo in Marina. Ricordando quelle conclusioni “chiare e inequivocabili”, Trenta afferma ora “che come governo abbiamo il dovere di considerare”.

Quando vennero resi pubblici i risultati dell’inchiesta parlamentare – che ha tra l’altro parlava dell’esistenza del controverso “nesso di causalità tra l’esposizione all’uranio impoverito e le patologie denunciate” dal personale in divisa – si era consumato un duro scontro tra la Commissione e la Difesa. Perché quelle “criticità sconvolgenti” avevano “contribuito a seminare morti e malattie tra i militari”, mentre i vertici della Difesa facevano “negazionismo” e si registravano “assordanti silenzi” delle autorità di governo. Accuse che lo Stato maggiore aveva definito “inaccettabili” ribadendo il proprio impegno nella “tutela della salute dei militari”.

Fonte: Articolo de “Il Fatto Quotidiano”

Trattamento dei rapporti di tossicodipendenze. L’esportazione del metodo Vancouver.

Autore: Jacopo Conficconi Matricola: 294515
Università degli Studi di Urbino Carlo Bo
Laurea Magistrale in Gestione delle Politiche, dei Servizi Sociali e della Mediazione Interculturale
LM 87 classe delle lauree magistrali in servizio sociale e politiche sociali
Relazione inerente la disciplina formativa: Genere, Lavoro e Partecipazione Sociale
Anno Accademico 2018/2019

Introduzione

Il seguente breve saggio è nato dall’immaginazione di una replica in chiave italiana di un modello esplicativo di aiuto per persone tossicodipendenti, all’interno di un contesto urbano disagiato ma a loro famigliare. Tale prototipo trova applicazione all’interno della nazione Canada, e più precisamente all’interno dello Stato del British Columbia nella città di Vancouver nel quartiere Downtown Eastside. Il progetto canadese dal quale mi ispiro è nato nel 1997 con lo scopo di fronteggiare l’enorme piaga dell’eroina all’interno del quartiere precedentemente accennato. Prima di entrare a descrivere codesto modello voglio però raccontare una mia personale storia, che sono sicuro e spero il lettore voglia apprezzare.

Mi sono personalmente recato in Canada nella città di Vancouver nell’agosto del 2012 per turismo insieme a mia sorella ed ai miei genitori.

In quei giorni ho visitato la città Vancouver e posso tranquillamente affermare l’esistenza ed il forte degrado di una particolare area metropolitana. Mi riferisco per l’appunto a Downtown Eastside, meglio conosciuto a Vancouver come “il ghetto a cielo aperto per tossicodipendenti”. È infatti notoriamente facile riscontrare al proprio interno situazioni di enorme degrado con tossicodipendenti da crack, metadone ed eroina strafatti sui marciapiedi lungo la pubblica via, o che si bucano nei vicoli per non attirare troppo l’attenzione dagli sguardi della polizia. La cosa che più mi sorprende è l’enorme facilità con cui si possa entrare nel ghetto. Di fatto essendo Downtown Eastside un ghetto uno si aspetta dei confini ben delimitati, magari come nei quartieri disagiati ed in mano alla malavita organizzata italiana. Giusto per fare un esempio, se anche si finisce accidentalmente mentre si passeggia per la città di Bari, Napoli, Palermo in un quartiere in mano alla criminalità organizzata le vedette mafiose ti ricordano che quello è il loro territorio e ti invitano ad andartene. Se ti va male oltre all’invito ti rapinano anche, qualora tu hai con te oggetti ritenuti di valore. L’aggressione fisica vera e propria è assai rara… Bene a Vancouver così non è, ed una volta entrati a Downtown Eastside vale la scritta scolpita nel territorio degli ignavi prima che Dante scortato da Virgilio entra all’Inferno: << Lasciate ogni speranza o voi che entrate >>. Infatti l’architettura urbana non presenta alcuna distinzione visibilmente significativa ed essendo il centro di Vancouver confinante con Downtown Eastside, basta attraversare una via, camminare un poco (magari in direzione della zona turistica del porto), per piombarci a capofitto. Una volta dentro il rischio come in tutte le grosse metropoli mondiali è quella di perdersi, e visto il contesto camminare circondati da persone sul marciapiede che hanno crisi d’astinenza simili in tutto e per tutto a crisi epilettiche non è proprio il massimo… soprattutto se si indossano vestiti firmati e si gira provvisti di beni di valore come una borsa contenente macchina fotografica professionale. Fortunatamente nel mio caso non mi è successo nulla né a me né alla mia famiglia e dopo qualche decina di metri a piedi siamo giunti ad un parcheggio, (dove per pura fortuna) abbiamo chiesto aiuto ad un automobilista in procinto di uscire dalla propria autovettura. Il caso ha voluto che costui parlasse perfettamente italiano e ci chiama un taxi che ci viene a prendere facendoci uscire dal ghetto vancouverita o vancouverese. Il taxista “Salvatore” ci dice nel suo inglese canadese che è facilissimo entrare nel ghetto confinante con le località turistiche del centro, e capita a molti turisti di ritrovarsi li dentro in quanto per chi non è autoctono della città e non conosce le strade non sa quale sono le vie di confine. Il ghetto per l’appunto è demarcato dalla strada “x e y” di cui non ricordo il nome che fanno le veci di “Terra di Nessuno” stile Prima Guerra Mondiale, dove oltrepassandola si finisce in “territorio ostile”.

Ci si può dunque domandare se il fatto che non ci è successo niente sia dipeso solamente dalla fortuna, oppure anche da altro? Una parte di fortuna a mio parere c’è stata senz’altro, ma da sola non è bastata. Downtown Eastside è di fatto un quartiere che non ha muri che lo separano dal resto della città e solo la consapevolezza tipica del vancouverese di muoversi dentro le vie del centro ne delimita i confini col ghetto dei senzatetto e dei tossici. Il vancouverita in tutto il suo buonismo sa bene che al suo interno è solito vedere giovani ragazze madre che cullano il figlio in un braccio e la siringa nell’altro. A tal proposito vorrei menzionare la rivista italiana di controcultura Dolce Vita, la quale ha condotto uno speciale reportage a Downtown Eastside.

Ecco cosa riporta dalla suo sito web https://www.dolcevitaonline.it/viaggio-nel-quartiere-dei-tossici-a-vancouver-un-esperimento-sociale-senza-uguali-al-mondo/ : “Grazie agli aiuti del governo molti tentano la via della disintossicazione, ma quasi nessuno sfugge all’orgasmo liquido, si può al massimo prendere una boccata d’aria, poi l’inferno al secondo respiro ti rientra nei polmoni.
Vedere uomini e donne rotolarsi per terra ricoperti da piaghe è uno spettacolo macabro, ma ancora di più lo è vedere degli adolescenti trascorre intere giornate al parco, a bucarsi, mentre il futuro scorre innanzi a loro sempre più scuro.

Durante le mie incursioni nel ghetto, oltre ad una certa dose di coraggio, mi portavo sempre dietro 5/6 pacchetti di sigarette, che offrivo a chi accettava di farsi fotografare. Grazie infatti al rispetto di cui si è parlato sopra, se domandavo con gentilezza al senzatetto del caso il permesso di scattargli una foto nove volte su dieci acconsentiva.”

Ecco dunque perché molto probabilmente non ci è capitato nulla. Il fatto che abbiamo tenuto un comportamento basso senza esibire od ostentare la nostra estraneità, evitando di scattare fotografie quasi come a volere in malo modo documentare il disagio socio-economico di quelle persone da mostrare come prede da safari al nostro ritorno in patria agli amici più cari, in una sorta di buonismo alla occidentale; senza neppure averci parlato o chiesto il permesso per una foto; beh ciò, il non farlo, c’ha senz’altro aiutato ad uscirne incolumi.

Tuttavia non è questo che voglio discutere in questo breve saggio. Ciò che mi preme invece è raccontare quello che è presente all’interno di Downtown Eastside e del quale ho accennato nelle precedenti righe e di cui mi sono ispirato per il mio modello d’esportazione e di impresa non- profit. Il lettore ricorda senz’altro il progetto canadese nato nel 1997 all’interno di Downtown Eastside per combattere la piaga anche giovanile dell’eroina. Ora il tutto ha un nome. Si chiama “InSite” ed è una struttura facente parte della Crosstown clinic di Vancouver centro di aiuto per tossicodipendenti. Funge come i Sert italiani. L’unica principale differenza è che lì i drogati portano la droga da casa e si fanno in totale tranquillità sotto la supervisione degli operatori socio-sanitari. Quest’ultimi non li aiutano a drogarsi ma supervisionano soltanto al limite suggerendo dove bucarsi qualora si ha a che fare con tossici talmente deperiti dalle sostanze stupefacenti da non riuscire neppure a trovarsi la vena. La supervisione consiste soprattutto nel fornire all’assistito le migliori condizioni igienico-sanitarie. Il vantaggio per il tossicomane è quello di avere un supporto sanitario in caso di overdose con paramedici pronti ad intervenire prontamente in caso di collasso cardiorespiratorio. La struttura non-profit fornisce per di più siringhe sterili in modo da prevenire infezioni da HIV, HBV e HCV. InSite però non si limita solo a ciò. Per chi ne sente il bisogno offre pasti caldi con cui ristorarsi, operatori quali assistenti sociali e psicologi che aiutano la persona a trovare il proprio spazio nel mondo, ne ascoltano i bisogni e la sua storia personale spesso accumunata dal “senza fissa dimora”. All’interno di InSite lavorano per cercare di aiutare gli assistiti nel modo più agevole possibile, portarli fuori dall’uscita dal tunnel della droga o dell’alcool, e magari riuscire a mutarli in modo alchemico in farfalle; trasmutandoli verso la loro luce interiore, che si esprime in una professionalità lavorativa tale da garantire un’esistenza dignitosa alla persona. Questa enorme dignità degli operatori sta nel non prevaricare psicologicamente l’assistito che entra all’interno di InSite aspettando che sia lui a chiedere il supporto e non imponendolo per l’utilizzo della struttura.

Ciò è molto interessante in quanto questo modo di agire ha molto a che fare sia con la sociologia che con la storia di InSite. Il lettore si starà domandando senz’altro dove sta l’analogia e dunque non lo voglio lasciare troppo sulle spine. Il centro InSite non è stato molto ben visto dall’inizio della sua fondazione. Innanzitutto questo centro ha trovato una forte contrarietà nei governi conservatori canadesi che considerano il tossicodipendente come un emarginato (di fatto lo è) ma anche da emarginare in quanto il buonismo borghese-capitalistico che ammanta la classe agiata vuole che i suoi rappresentanti non si sporchino troppo le mani con chi ha meno di loro (viene e vive nella strada). Se lo si fa è meglio con chi è oltreoceano, che vive in poveri paesi con capanne di fango e paglia non a poche centinaia di metri dal centro radical chic del giardino di casa propria. L’aiutarlo metterebbe in discussione la propria interiorità. Come posso io (si domanda il canadese della classe agiata) vivere come vivo nel lusso e a fianco a me, a poche centinaia di metri si fa la fame e non si ha abitazione e l’unica attività remunerativa è la siringa o il piantare una tenda in cui ripararsi dalle intemperie nei freddi inverni canadesi!? Questo può essere un forte problema di coscienza in una società soprattutto fortemente capital-consumistica dove il bene consumato si getta nell’immondizia agl’uomini dell’immondizia. E se si getta nell’immondizia (partendo dal mio assunto) non ci si può poi sporcare con e nell’immondizia perché vuol dire essere noi stessi immondizia (la doxa per citare Bourdieu non lo consentirebbe). Or dunque come sopperire a tutto ciò? Fortunatamente l’Africa è piena di bambini negretti col pancino gonfio ed il volto tumefatto dalle mosche in cui sfogare tutta la propria frustrazione umanitaria. Ecco il pensiero della classe conservatrice canadese direbbe Bourdieu che ben si reca dal sarto pronto a prendere le relative misure per il proprio habitus. L’insieme delle disposizioni tipiche del gruppo socio-famigliare l’habitus sommata alla riproduzione della cultura dominate la doxa fanno da padrona nella società consumistica senza bisogno di scomodare la Scuola di Francoforte.

Ma… c’è un ma in questa storia ed è che i governi cambiano. Il 4 novembre 2015 i liberal socialisti hanno vinto le elezioni canadesi ed il premier Justin Trodeau è diventato il 23 esimo Primo Ministro del Canada. Egli ha riaperto i contatti con le comunità indigene fortemente osteggiate e relegate in riserve dai precedenti governi, ha abbassato le tasse per le classi medie ma alzandole per quel l’1% della popolazione più ricca, la stessa che detiene il 98% della ricchezza mondiale. Un uomo del genere non poteva non sostenere InSite concedendogli per l’appunto un’esenzione di quattro anni dalle leggi sul possesso e uso di droghe, necessaria per far sì che infermieri e dipendenti del centro non possano essere denunciati, condizione legalmente legittima per chi fa uso ed assiste persone facenti uso di droghe pesanti. Il governo ha inoltre approvato la costruzione di un nuovo centro InSite a Vancouver. Trodeau ha infine legalizzato la Marijuana anche per uso ludico e ricreativo depenalizzandone il possesso e portando il monopolio della cannabis nelle mani statali. Ovviamente se si venisse trovati con decine di kg di erba varrebbe il sospetto del traffico di sostanze stupefacenti come in Italia varrebbe il medesimo principio in una qualsiasi dogana di frontiera al rientro in patria, qualora si venisse trovati in possesso di svariati kilogrammi di tabacco. Il dubbio del traffico illegale può tranquillamente attanagliare le menti della polizia di frontiera e un processo “a scopo cautelativo” non te lo toglie nessuno. L’imputazione? Traffico di tabacchi e violazione del monopolio statale. Tuttavia il Canada grazie a questo nuovo Primo Ministro ha avuto il merito grazie alla approvazione del Cannabis ACT la legge che legalizza la cannabis di far abbassare la soglia dei crimini dovuti alla droga e ridurre la popolazione carceraria per reati come il possesso di modiche quantitativi di marijuana concentrando la repressione sui veri mali e piaghe dell’abuso di overdose da sostanze stupefacenti come la facilità nella prescrizione di oppiacei medici, l’eroina, il crack e la cocaina. Il paese della Foglia d’acero deteneva l’illegalità della Marijuana dal 1923 e solo dal 2001 consentiva in modiche quantità le inflorescenze essiccate di cannabis per uso medico anche se strettamente limitante a certe patologie e solo dopo aver effettuato determinate terapie che si rilevavano inefficaci dopo lungo tempo. Francamente i conservatori canadesi si sono dovuti adattare a questo inedito Primo Ministro fautore di questa rivoluzione politica.

È grazie a questo spirito liberal-socialista e alle politiche di InSite che il cittadino bisognoso d’aiuto non viene giudicato per ciò che fa, e per come di conseguenza il giudizio sociale ricada sul malcapitato assistito ebbro del ripercuotersi fino al logoramento di sé stesso e dei propri comportamenti. In una società liberale, l’individuo può regolarsi la propria vita anche decidendo di distruggersela. Lo Stato dev’essere laico in questo e non possedere gli individui come persone; ma per dirla alla John Locke, “Lo Stato ha fatto un contratto per garantire la pace tra gli uomini, non per limitarne il loro potenziale seppur in taluni casi distruttivo in quanto autolesionistico”.  Sono l’amore dei cittadini e di poche associazioni rigorosamente private “(Locke non a caso considera l’istituzione Stato come un male ma necessario, ma rimane sempre un male)” che vogliono impedire questa autodistruzione non con un giudizio a priori ma bensì mostrando quanto si possa fare per il bene degl’altri continuando a vivere abbandonando l’oceano dell’alcolismo e della droga, fissando il faro che loro mostrano col proprio lavoro, nel buio della fredda notte canadese, traghettando le anime fino alle spiagge per godere insieme di una nuova alba. 

L’individuo che si rivolge a InSite è spinto a disintossicarsi qualora ne chieda l’aiuto, ma aspettato nei suoi tempi e sostenuto solo dopo una sua effettiva richiesta; ed i risultati si vedono. Dal 1997 anno di nascita a Vancouver di InSite c’erano stati migliaia di casi di overdose nel decennio precedente nonché di contrazioni di HIV ed epatite C. Il quotidiano on line Il Post riporta una dichiarazione di Thomas Kerr, che lavora in un centro locale di prevenzione dell’AIDS e ha co-pubblicato uno studio molto positivo su “InSite”, spiegando che all’epoca a Vancouver si era registrata «l’epidemia più esplosiva di HIV mai avvenuta al di fuori dell’Africa sub-sahariana». Da allora i dati sono in continuo miglioramento e la comunità medica locale ha fortemente apprezzato il lavoro di InSite.

Vengo ora per l’appunto alla parte sociologica. Sto dicendo che la comunità medica locale ha enormemente apprezzato il lavoro di InSite altresì per la significativa diminuzione di interventi delle ambulanze per i soccorsi da overdose in tutto il quartiere di Downtown Eastside. Quindi il lettore si potrà chiedere ma cosa spinge ad un cambiamento mentale così radicale? Eppure ora la classe medica canadese approva appieno il lavoro socio-sanitario-assistenziale nel quartiere mentre con i precedenti governi il tutto non avveniva. Il lettore concorderà senz’altro che ciò è dipeso dal fatto di un cambio di governo al vertice (sostituzione del Primo Ministro). Dunque basta solamente cambiare il vertice della piramide affinché tutto cambi? In parte mi sento di dire di sì, in parte di no. La questione è un po’ più complessa di come appare. Provo a prendere in prestito un noto sociologo per elucubrare questo ragionamento. Il sociologo in questione è Pierre Bourdieu. Egli non è stato solo un sociologo ma anche un apprezzabilissimo antropologo nonché filosofo francese. Bourdieu parlerebbe in questa situazione di violenza simbolica. Bene, abbiamo avuto per anni governi conservatori in Canada ed ora uno liberale. Quando c’erano quelli conservatori, nessuno si ribellava o per lo meno (diciamo che a farlo erano in pochissimi, dunque la maggioranza della popolazione non lo faceva). Quindi per l’appunto nessuno si ribellava. Quando c’è, come ora quello liberale, nessuno si ribella anche per semplice opinione contraddittoria al social-liberalismo; o di critica a priori verso chi ricopre un ruolo istituzionale ed ha su di sé la corona del potere (quindi l’oppositore che dovrebbe aspettare il momento opportuno per pugnalarlo sostituendosi egli stesso al suo potere). Quindi per l’appunto nessuno si ribella. Perché avviene tutto ciò? Bourdieu ce lo dice e ci da anche un nome: “la violenza simbolica” per l’appunto. Nessuno si ribella in quanto il potere governativo precostituito impone il modello di pensiero dominante e dei suoi relativi ruoli sociali. Il governo impone la visione del mondo politically correct al cittadino-suddito e gli dice cosa fare, cosa pensare e come farla. Il potere dominante grazie al ruolo predominante dei Mass Media esprime il ciò. Mi viene in mente la teoria del proiettile magico, basata sul meccanismo istintivo stimolo-risposta (S-R) che impone al popolo determinate categorie cognitive. È il dominante che impone la sua visione del mondo al dominato. In una sorta di visione pavloviana dove la ciotola del cibo è lo stimolo per sollecitare nel cane-massa determinati rilasci esocrini di fluidi corporei e relativi ormoni. Cosa significa tutto ciò si chiede allora il lettore? Beh cosa significa ritengo di averlo spiegato ma; la vera domanda da porre è per quale motivo le masse sono così ottuse da farsi dominare dal potere precostituito? I motivi che io ho trovato sono due. Il primo motivo è che il potere della classe dominante, il loro vero potere sta nella voluta ignoranza ed ottusità delle masse e come già detto prima questo accade perché la massa vuole che il padre-sacerdote-autorità, gli dica cosa fare e cosa pensare, non si vuole ribellare perché ammettere la propria condizione sociale metterebbe in crisi la propria identità. In tutto questo fa la sua comparsa un altro concetto questa volta non di sociologia ma di psicologia; ed è il secondo motivo. Precisamente si tratta di psicologia analitica e mi riferisco al medico psichiatra e psicoanalista, filosofo ed antropologo svizzero Carl Gustav Jung. Egli parla di inconscio collettivo. Il lettore si chiede che cos’è questo inconscio collettivo? Jung inizialmente lo definisce inconscio collettivo ma poi lo chiamerà psiche oggettiva. Essa rappresenta una sorta di archetipo della grande “Madre Terra” che tramite condizionamenti di valore socio-culturali porta gli individui e dunque la massa a detenere determinati comportamenti omologati. Questo avviene in quanto l’archetipo utilizza forme-pensiero e misticismo del sacro che inducono una alterazione alla psyché (l’anima) che porta; (per usare un termine tecnico della antropologia delle religioni) alla transustanziazione e dunque “dal latino trans-substantiatio che significa conversione” alla conversione del genere uomo.

Descrizione del progetto

Dopo un’introduzione che credo sia esaustiva nei confronti del lettore, passo ora a descrivere brevemente il mio progetto. Come già detto esso si colloca in un contesto d’esportazione di un esempio di impresa non-profit. Questo modello è per l’appunto l’esportazione del modello InSite della città vancouverese. Ovviamente ho apportato alcune modifiche per cercare di non copiare pienamente il loro modello; differenziandolo e adattandolo meglio ad un contesto europeista. Per prima cosa ho dato un nome alla mia impresa non-profit che si chiama Aid Syringe. L’epistemologia del nome l’ho preso dal verbo inglese to aid che significa aiutare/assistere e dal nome inglese syringe facilmente traducibile in italiano con siringa. Aid Syringe mira ad assistere persone tossicodipendenti principalmente da sostanze stupefacenti assimilabili per via endovenosa. In ragione di ciò il lavoro della mia impresa mira a fornire la fornitura di siringhe in un adeguato contesto igienico-sanitario tale da impedire al tossicodipendente di contrarre malattie per via parenterale inapparente (scambio aghi infetti), parenterale (emotrasfusioni), via sessuale, ed infine per via enterica (rapporti sessuali anali). Oltre a ciò all’interno di Aid Syringe vengono offerti pasti caldi per gli assistiti qualora costoro ne sentissero il bisogno. In virtù di ciò, l’impresa detiene una mensa con relativi operatori. Infine un team di psicologi offre supporto psicologico agl’assistiti; sempre secondo il modello di InSite dove è l’ospite della struttura a richiederne l’intervento. La coercizione o il ricatto morale non sono minimamente presenti, e su questo punto in particolare tengo a sottolinearlo. Questo ritengo sia un surplus come utilizzo di una simile politica socio-assistenziale, in quanto rende e lascia all’assistito il tempo necessario di adattamento al personale della struttura e di conseguenza una maggiore facilità nei rapporti intrapersonali. Lo scopo è cercare di condurre l’utente verso un’indipendenza dal bisogno della sostanza stupefacente. In seguito si cerca di indirizzarlo in virtù delle sue competenze ed ambizioni verso un’autonomia lavorativa-professionale.

Esistono poi alcune differenziazioni dal progetto originale di InSite. Infatti come già detto per diversificare non ho copiato il progetto in ugual modo. Difatti io mi sono pensato un’impresa senza paramedici che assistono in conseguenza di una fatale overdose. Nella mia realtà europeista gli assistiti di Aid Syringe sono solamente un centinaio all’anno, una media di circa 3 al giorno e; francamente con un numero simile, non voglio creare un quantitativo spropositato di overdosi. Qualora ce ne siano sono assai convinto che gli operatori preposti sanno ampiamente gestire l’emergenza facendo arrivare l’ambulanza nel giro di pochi minuti. Una realtà sfortunatamente non possibile in un contesto cittadino da più di mezzo milione di abitanti come Vancouver.

Per rendere il progetto più credibile ho ipotizzato dei finanziatori quanto più veritieri possibili e tracciato due grafici. Il primo mostra il bilancio annuale del 2018. Il secondo invece mostra la relazione finanziaria annuale. Si parte dall’anno di nascita di Aid Syringe il 2012 dove, con una spesa d’esercizio di budget iniziale di 118.500 € e un notevole risparmio nelle spese d’esercizio si ha avuto il primo anno un utile di esercizio di ben 130,00 €. Si è passati dopo 5 anni dalla nascita dell’impresa ad una tendenza di ricavi del 17% grazie alle ottime capacità manageriali di trovare sempre finanziatori; arrivando nel 2017 a ben 202.500 € con un trend d’utile d’esercizio del 4%.

Bibliografia

Libri

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Avalle Ugo, Maranzana Michele, Sacchi Paola, 2000, Sociologia-Corso di scienze sociali, Bologna, Zanichelli editore S.p.A

Avalle Ugo, Maranzana Michele, Sacchi Paola, 2000, Psicologia-Corso di scienze sociali, Bologna, Zanichelli editore S.p.A

Ball-Rokeagh Sandra J., DeFleur Melvin L., 1995, Teoria delle Comunicazioni di Massa, Bologna, Società editrice il Mulino

Binazzi Andrea, Tucci Francesco S., 2001, Scienze Sociali-moduli di Sociologia; Psicologia; Psicologia Sociale; Antropologia Culturale; Etologia; Demografia; Statistica, Firenze, G. B. Palumbo & C. Editore S.p.A.

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Dyck Darryl, 2016, The Canadian PressRipreso dal Post.it-A Vancouver c’è un centro per i tossicodipendenti diverso dagli altri. Permettere di assumere droghe, fornisce materiale sterilizzato e non incoraggia a smettere: è molto criticato ma i dati dicono che funziona, Italia, Il Post.it https://www.ilpost.it/2016/03/30/insite-centro-tossicodipendenti-vancouver/

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Roussakis Chris, 2018, AFPRipreso dal Post.itDa oggi la Marijuana è legale in Canada. Si può acquistare nei negozi, tassata dal governo, e far crescere in casa: sarà un esperimento utile per verificare gli effetti reali della legalizzazione, Italia, Il Post.it

https://www.ilpost.it/2018/10/17/marijuana-legale-canada/

Vico Giacomo, 2017, DolceVita online.itViaggio nel quartiere degli eroinomani a Vancouver, un esperimento sociale senza uguali al mondo, Italia, DolceVita online.it

https://www.dolcevitaonline.it/viaggio-nel-quartiere-dei-tossici-a-vancouver-un-esperimento-sociale-senza-uguali-al-mondo/

Audiovisivi

Ihavehopevideos, 2013, What is InSite? – Safe Injection Site in Downtown Eastside Vancouver, Edited by Erin Milne https://www.youtube.com/watch?v=RjzWkQz_Z5c

NFB, 2017, Inside InSite, the Vancouver Digital Studio https://www.youtube.com/watch?v=7gIyBMt2BEk