Trattamento dei rapporti di tossicodipendenze. L’esportazione del metodo Vancouver.

Autore: Jacopo Conficconi Matricola: 294515
Università degli Studi di Urbino Carlo Bo
Laurea Magistrale in Gestione delle Politiche, dei Servizi Sociali e della Mediazione Interculturale
LM 87 classe delle lauree magistrali in servizio sociale e politiche sociali
Relazione inerente la disciplina formativa: Genere, Lavoro e Partecipazione Sociale
Anno Accademico 2018/2019

Introduzione

Il seguente breve saggio è nato dall’immaginazione di una replica in chiave italiana di un modello esplicativo di aiuto per persone tossicodipendenti, all’interno di un contesto urbano disagiato ma a loro famigliare. Tale prototipo trova applicazione all’interno della nazione Canada, e più precisamente all’interno dello Stato del British Columbia nella città di Vancouver nel quartiere Downtown Eastside. Il progetto canadese dal quale mi ispiro è nato nel 1997 con lo scopo di fronteggiare l’enorme piaga dell’eroina all’interno del quartiere precedentemente accennato. Prima di entrare a descrivere codesto modello voglio però raccontare una mia personale storia, che sono sicuro e spero il lettore voglia apprezzare.

Mi sono personalmente recato in Canada nella città di Vancouver nell’agosto del 2012 per turismo insieme a mia sorella ed ai miei genitori.

In quei giorni ho visitato la città Vancouver e posso tranquillamente affermare l’esistenza ed il forte degrado di una particolare area metropolitana. Mi riferisco per l’appunto a Downtown Eastside, meglio conosciuto a Vancouver come “il ghetto a cielo aperto per tossicodipendenti”. È infatti notoriamente facile riscontrare al proprio interno situazioni di enorme degrado con tossicodipendenti da crack, metadone ed eroina strafatti sui marciapiedi lungo la pubblica via, o che si bucano nei vicoli per non attirare troppo l’attenzione dagli sguardi della polizia. La cosa che più mi sorprende è l’enorme facilità con cui si possa entrare nel ghetto. Di fatto essendo Downtown Eastside un ghetto uno si aspetta dei confini ben delimitati, magari come nei quartieri disagiati ed in mano alla malavita organizzata italiana. Giusto per fare un esempio, se anche si finisce accidentalmente mentre si passeggia per la città di Bari, Napoli, Palermo in un quartiere in mano alla criminalità organizzata le vedette mafiose ti ricordano che quello è il loro territorio e ti invitano ad andartene. Se ti va male oltre all’invito ti rapinano anche, qualora tu hai con te oggetti ritenuti di valore. L’aggressione fisica vera e propria è assai rara… Bene a Vancouver così non è, ed una volta entrati a Downtown Eastside vale la scritta scolpita nel territorio degli ignavi prima che Dante scortato da Virgilio entra all’Inferno: << Lasciate ogni speranza o voi che entrate >>. Infatti l’architettura urbana non presenta alcuna distinzione visibilmente significativa ed essendo il centro di Vancouver confinante con Downtown Eastside, basta attraversare una via, camminare un poco (magari in direzione della zona turistica del porto), per piombarci a capofitto. Una volta dentro il rischio come in tutte le grosse metropoli mondiali è quella di perdersi, e visto il contesto camminare circondati da persone sul marciapiede che hanno crisi d’astinenza simili in tutto e per tutto a crisi epilettiche non è proprio il massimo… soprattutto se si indossano vestiti firmati e si gira provvisti di beni di valore come una borsa contenente macchina fotografica professionale. Fortunatamente nel mio caso non mi è successo nulla né a me né alla mia famiglia e dopo qualche decina di metri a piedi siamo giunti ad un parcheggio, (dove per pura fortuna) abbiamo chiesto aiuto ad un automobilista in procinto di uscire dalla propria autovettura. Il caso ha voluto che costui parlasse perfettamente italiano e ci chiama un taxi che ci viene a prendere facendoci uscire dal ghetto vancouverita o vancouverese. Il taxista “Salvatore” ci dice nel suo inglese canadese che è facilissimo entrare nel ghetto confinante con le località turistiche del centro, e capita a molti turisti di ritrovarsi li dentro in quanto per chi non è autoctono della città e non conosce le strade non sa quale sono le vie di confine. Il ghetto per l’appunto è demarcato dalla strada “x e y” di cui non ricordo il nome che fanno le veci di “Terra di Nessuno” stile Prima Guerra Mondiale, dove oltrepassandola si finisce in “territorio ostile”.

Ci si può dunque domandare se il fatto che non ci è successo niente sia dipeso solamente dalla fortuna, oppure anche da altro? Una parte di fortuna a mio parere c’è stata senz’altro, ma da sola non è bastata. Downtown Eastside è di fatto un quartiere che non ha muri che lo separano dal resto della città e solo la consapevolezza tipica del vancouverese di muoversi dentro le vie del centro ne delimita i confini col ghetto dei senzatetto e dei tossici. Il vancouverita in tutto il suo buonismo sa bene che al suo interno è solito vedere giovani ragazze madre che cullano il figlio in un braccio e la siringa nell’altro. A tal proposito vorrei menzionare la rivista italiana di controcultura Dolce Vita, la quale ha condotto uno speciale reportage a Downtown Eastside.

Ecco cosa riporta dalla suo sito web https://www.dolcevitaonline.it/viaggio-nel-quartiere-dei-tossici-a-vancouver-un-esperimento-sociale-senza-uguali-al-mondo/ : “Grazie agli aiuti del governo molti tentano la via della disintossicazione, ma quasi nessuno sfugge all’orgasmo liquido, si può al massimo prendere una boccata d’aria, poi l’inferno al secondo respiro ti rientra nei polmoni.
Vedere uomini e donne rotolarsi per terra ricoperti da piaghe è uno spettacolo macabro, ma ancora di più lo è vedere degli adolescenti trascorre intere giornate al parco, a bucarsi, mentre il futuro scorre innanzi a loro sempre più scuro.

Durante le mie incursioni nel ghetto, oltre ad una certa dose di coraggio, mi portavo sempre dietro 5/6 pacchetti di sigarette, che offrivo a chi accettava di farsi fotografare. Grazie infatti al rispetto di cui si è parlato sopra, se domandavo con gentilezza al senzatetto del caso il permesso di scattargli una foto nove volte su dieci acconsentiva.”

Ecco dunque perché molto probabilmente non ci è capitato nulla. Il fatto che abbiamo tenuto un comportamento basso senza esibire od ostentare la nostra estraneità, evitando di scattare fotografie quasi come a volere in malo modo documentare il disagio socio-economico di quelle persone da mostrare come prede da safari al nostro ritorno in patria agli amici più cari, in una sorta di buonismo alla occidentale; senza neppure averci parlato o chiesto il permesso per una foto; beh ciò, il non farlo, c’ha senz’altro aiutato ad uscirne incolumi.

Tuttavia non è questo che voglio discutere in questo breve saggio. Ciò che mi preme invece è raccontare quello che è presente all’interno di Downtown Eastside e del quale ho accennato nelle precedenti righe e di cui mi sono ispirato per il mio modello d’esportazione e di impresa non- profit. Il lettore ricorda senz’altro il progetto canadese nato nel 1997 all’interno di Downtown Eastside per combattere la piaga anche giovanile dell’eroina. Ora il tutto ha un nome. Si chiama “InSite” ed è una struttura facente parte della Crosstown clinic di Vancouver centro di aiuto per tossicodipendenti. Funge come i Sert italiani. L’unica principale differenza è che lì i drogati portano la droga da casa e si fanno in totale tranquillità sotto la supervisione degli operatori socio-sanitari. Quest’ultimi non li aiutano a drogarsi ma supervisionano soltanto al limite suggerendo dove bucarsi qualora si ha a che fare con tossici talmente deperiti dalle sostanze stupefacenti da non riuscire neppure a trovarsi la vena. La supervisione consiste soprattutto nel fornire all’assistito le migliori condizioni igienico-sanitarie. Il vantaggio per il tossicomane è quello di avere un supporto sanitario in caso di overdose con paramedici pronti ad intervenire prontamente in caso di collasso cardiorespiratorio. La struttura non-profit fornisce per di più siringhe sterili in modo da prevenire infezioni da HIV, HBV e HCV. InSite però non si limita solo a ciò. Per chi ne sente il bisogno offre pasti caldi con cui ristorarsi, operatori quali assistenti sociali e psicologi che aiutano la persona a trovare il proprio spazio nel mondo, ne ascoltano i bisogni e la sua storia personale spesso accumunata dal “senza fissa dimora”. All’interno di InSite lavorano per cercare di aiutare gli assistiti nel modo più agevole possibile, portarli fuori dall’uscita dal tunnel della droga o dell’alcool, e magari riuscire a mutarli in modo alchemico in farfalle; trasmutandoli verso la loro luce interiore, che si esprime in una professionalità lavorativa tale da garantire un’esistenza dignitosa alla persona. Questa enorme dignità degli operatori sta nel non prevaricare psicologicamente l’assistito che entra all’interno di InSite aspettando che sia lui a chiedere il supporto e non imponendolo per l’utilizzo della struttura.

Ciò è molto interessante in quanto questo modo di agire ha molto a che fare sia con la sociologia che con la storia di InSite. Il lettore si starà domandando senz’altro dove sta l’analogia e dunque non lo voglio lasciare troppo sulle spine. Il centro InSite non è stato molto ben visto dall’inizio della sua fondazione. Innanzitutto questo centro ha trovato una forte contrarietà nei governi conservatori canadesi che considerano il tossicodipendente come un emarginato (di fatto lo è) ma anche da emarginare in quanto il buonismo borghese-capitalistico che ammanta la classe agiata vuole che i suoi rappresentanti non si sporchino troppo le mani con chi ha meno di loro (viene e vive nella strada). Se lo si fa è meglio con chi è oltreoceano, che vive in poveri paesi con capanne di fango e paglia non a poche centinaia di metri dal centro radical chic del giardino di casa propria. L’aiutarlo metterebbe in discussione la propria interiorità. Come posso io (si domanda il canadese della classe agiata) vivere come vivo nel lusso e a fianco a me, a poche centinaia di metri si fa la fame e non si ha abitazione e l’unica attività remunerativa è la siringa o il piantare una tenda in cui ripararsi dalle intemperie nei freddi inverni canadesi!? Questo può essere un forte problema di coscienza in una società soprattutto fortemente capital-consumistica dove il bene consumato si getta nell’immondizia agl’uomini dell’immondizia. E se si getta nell’immondizia (partendo dal mio assunto) non ci si può poi sporcare con e nell’immondizia perché vuol dire essere noi stessi immondizia (la doxa per citare Bourdieu non lo consentirebbe). Or dunque come sopperire a tutto ciò? Fortunatamente l’Africa è piena di bambini negretti col pancino gonfio ed il volto tumefatto dalle mosche in cui sfogare tutta la propria frustrazione umanitaria. Ecco il pensiero della classe conservatrice canadese direbbe Bourdieu che ben si reca dal sarto pronto a prendere le relative misure per il proprio habitus. L’insieme delle disposizioni tipiche del gruppo socio-famigliare l’habitus sommata alla riproduzione della cultura dominate la doxa fanno da padrona nella società consumistica senza bisogno di scomodare la Scuola di Francoforte.

Ma… c’è un ma in questa storia ed è che i governi cambiano. Il 4 novembre 2015 i liberal socialisti hanno vinto le elezioni canadesi ed il premier Justin Trodeau è diventato il 23 esimo Primo Ministro del Canada. Egli ha riaperto i contatti con le comunità indigene fortemente osteggiate e relegate in riserve dai precedenti governi, ha abbassato le tasse per le classi medie ma alzandole per quel l’1% della popolazione più ricca, la stessa che detiene il 98% della ricchezza mondiale. Un uomo del genere non poteva non sostenere InSite concedendogli per l’appunto un’esenzione di quattro anni dalle leggi sul possesso e uso di droghe, necessaria per far sì che infermieri e dipendenti del centro non possano essere denunciati, condizione legalmente legittima per chi fa uso ed assiste persone facenti uso di droghe pesanti. Il governo ha inoltre approvato la costruzione di un nuovo centro InSite a Vancouver. Trodeau ha infine legalizzato la Marijuana anche per uso ludico e ricreativo depenalizzandone il possesso e portando il monopolio della cannabis nelle mani statali. Ovviamente se si venisse trovati con decine di kg di erba varrebbe il sospetto del traffico di sostanze stupefacenti come in Italia varrebbe il medesimo principio in una qualsiasi dogana di frontiera al rientro in patria, qualora si venisse trovati in possesso di svariati kilogrammi di tabacco. Il dubbio del traffico illegale può tranquillamente attanagliare le menti della polizia di frontiera e un processo “a scopo cautelativo” non te lo toglie nessuno. L’imputazione? Traffico di tabacchi e violazione del monopolio statale. Tuttavia il Canada grazie a questo nuovo Primo Ministro ha avuto il merito grazie alla approvazione del Cannabis ACT la legge che legalizza la cannabis di far abbassare la soglia dei crimini dovuti alla droga e ridurre la popolazione carceraria per reati come il possesso di modiche quantitativi di marijuana concentrando la repressione sui veri mali e piaghe dell’abuso di overdose da sostanze stupefacenti come la facilità nella prescrizione di oppiacei medici, l’eroina, il crack e la cocaina. Il paese della Foglia d’acero deteneva l’illegalità della Marijuana dal 1923 e solo dal 2001 consentiva in modiche quantità le inflorescenze essiccate di cannabis per uso medico anche se strettamente limitante a certe patologie e solo dopo aver effettuato determinate terapie che si rilevavano inefficaci dopo lungo tempo. Francamente i conservatori canadesi si sono dovuti adattare a questo inedito Primo Ministro fautore di questa rivoluzione politica.

È grazie a questo spirito liberal-socialista e alle politiche di InSite che il cittadino bisognoso d’aiuto non viene giudicato per ciò che fa, e per come di conseguenza il giudizio sociale ricada sul malcapitato assistito ebbro del ripercuotersi fino al logoramento di sé stesso e dei propri comportamenti. In una società liberale, l’individuo può regolarsi la propria vita anche decidendo di distruggersela. Lo Stato dev’essere laico in questo e non possedere gli individui come persone; ma per dirla alla John Locke, “Lo Stato ha fatto un contratto per garantire la pace tra gli uomini, non per limitarne il loro potenziale seppur in taluni casi distruttivo in quanto autolesionistico”.  Sono l’amore dei cittadini e di poche associazioni rigorosamente private “(Locke non a caso considera l’istituzione Stato come un male ma necessario, ma rimane sempre un male)” che vogliono impedire questa autodistruzione non con un giudizio a priori ma bensì mostrando quanto si possa fare per il bene degl’altri continuando a vivere abbandonando l’oceano dell’alcolismo e della droga, fissando il faro che loro mostrano col proprio lavoro, nel buio della fredda notte canadese, traghettando le anime fino alle spiagge per godere insieme di una nuova alba. 

L’individuo che si rivolge a InSite è spinto a disintossicarsi qualora ne chieda l’aiuto, ma aspettato nei suoi tempi e sostenuto solo dopo una sua effettiva richiesta; ed i risultati si vedono. Dal 1997 anno di nascita a Vancouver di InSite c’erano stati migliaia di casi di overdose nel decennio precedente nonché di contrazioni di HIV ed epatite C. Il quotidiano on line Il Post riporta una dichiarazione di Thomas Kerr, che lavora in un centro locale di prevenzione dell’AIDS e ha co-pubblicato uno studio molto positivo su “InSite”, spiegando che all’epoca a Vancouver si era registrata «l’epidemia più esplosiva di HIV mai avvenuta al di fuori dell’Africa sub-sahariana». Da allora i dati sono in continuo miglioramento e la comunità medica locale ha fortemente apprezzato il lavoro di InSite.

Vengo ora per l’appunto alla parte sociologica. Sto dicendo che la comunità medica locale ha enormemente apprezzato il lavoro di InSite altresì per la significativa diminuzione di interventi delle ambulanze per i soccorsi da overdose in tutto il quartiere di Downtown Eastside. Quindi il lettore si potrà chiedere ma cosa spinge ad un cambiamento mentale così radicale? Eppure ora la classe medica canadese approva appieno il lavoro socio-sanitario-assistenziale nel quartiere mentre con i precedenti governi il tutto non avveniva. Il lettore concorderà senz’altro che ciò è dipeso dal fatto di un cambio di governo al vertice (sostituzione del Primo Ministro). Dunque basta solamente cambiare il vertice della piramide affinché tutto cambi? In parte mi sento di dire di sì, in parte di no. La questione è un po’ più complessa di come appare. Provo a prendere in prestito un noto sociologo per elucubrare questo ragionamento. Il sociologo in questione è Pierre Bourdieu. Egli non è stato solo un sociologo ma anche un apprezzabilissimo antropologo nonché filosofo francese. Bourdieu parlerebbe in questa situazione di violenza simbolica. Bene, abbiamo avuto per anni governi conservatori in Canada ed ora uno liberale. Quando c’erano quelli conservatori, nessuno si ribellava o per lo meno (diciamo che a farlo erano in pochissimi, dunque la maggioranza della popolazione non lo faceva). Quindi per l’appunto nessuno si ribellava. Quando c’è, come ora quello liberale, nessuno si ribella anche per semplice opinione contraddittoria al social-liberalismo; o di critica a priori verso chi ricopre un ruolo istituzionale ed ha su di sé la corona del potere (quindi l’oppositore che dovrebbe aspettare il momento opportuno per pugnalarlo sostituendosi egli stesso al suo potere). Quindi per l’appunto nessuno si ribella. Perché avviene tutto ciò? Bourdieu ce lo dice e ci da anche un nome: “la violenza simbolica” per l’appunto. Nessuno si ribella in quanto il potere governativo precostituito impone il modello di pensiero dominante e dei suoi relativi ruoli sociali. Il governo impone la visione del mondo politically correct al cittadino-suddito e gli dice cosa fare, cosa pensare e come farla. Il potere dominante grazie al ruolo predominante dei Mass Media esprime il ciò. Mi viene in mente la teoria del proiettile magico, basata sul meccanismo istintivo stimolo-risposta (S-R) che impone al popolo determinate categorie cognitive. È il dominante che impone la sua visione del mondo al dominato. In una sorta di visione pavloviana dove la ciotola del cibo è lo stimolo per sollecitare nel cane-massa determinati rilasci esocrini di fluidi corporei e relativi ormoni. Cosa significa tutto ciò si chiede allora il lettore? Beh cosa significa ritengo di averlo spiegato ma; la vera domanda da porre è per quale motivo le masse sono così ottuse da farsi dominare dal potere precostituito? I motivi che io ho trovato sono due. Il primo motivo è che il potere della classe dominante, il loro vero potere sta nella voluta ignoranza ed ottusità delle masse e come già detto prima questo accade perché la massa vuole che il padre-sacerdote-autorità, gli dica cosa fare e cosa pensare, non si vuole ribellare perché ammettere la propria condizione sociale metterebbe in crisi la propria identità. In tutto questo fa la sua comparsa un altro concetto questa volta non di sociologia ma di psicologia; ed è il secondo motivo. Precisamente si tratta di psicologia analitica e mi riferisco al medico psichiatra e psicoanalista, filosofo ed antropologo svizzero Carl Gustav Jung. Egli parla di inconscio collettivo. Il lettore si chiede che cos’è questo inconscio collettivo? Jung inizialmente lo definisce inconscio collettivo ma poi lo chiamerà psiche oggettiva. Essa rappresenta una sorta di archetipo della grande “Madre Terra” che tramite condizionamenti di valore socio-culturali porta gli individui e dunque la massa a detenere determinati comportamenti omologati. Questo avviene in quanto l’archetipo utilizza forme-pensiero e misticismo del sacro che inducono una alterazione alla psyché (l’anima) che porta; (per usare un termine tecnico della antropologia delle religioni) alla transustanziazione e dunque “dal latino trans-substantiatio che significa conversione” alla conversione del genere uomo.

Descrizione del progetto

Dopo un’introduzione che credo sia esaustiva nei confronti del lettore, passo ora a descrivere brevemente il mio progetto. Come già detto esso si colloca in un contesto d’esportazione di un esempio di impresa non-profit. Questo modello è per l’appunto l’esportazione del modello InSite della città vancouverese. Ovviamente ho apportato alcune modifiche per cercare di non copiare pienamente il loro modello; differenziandolo e adattandolo meglio ad un contesto europeista. Per prima cosa ho dato un nome alla mia impresa non-profit che si chiama Aid Syringe. L’epistemologia del nome l’ho preso dal verbo inglese to aid che significa aiutare/assistere e dal nome inglese syringe facilmente traducibile in italiano con siringa. Aid Syringe mira ad assistere persone tossicodipendenti principalmente da sostanze stupefacenti assimilabili per via endovenosa. In ragione di ciò il lavoro della mia impresa mira a fornire la fornitura di siringhe in un adeguato contesto igienico-sanitario tale da impedire al tossicodipendente di contrarre malattie per via parenterale inapparente (scambio aghi infetti), parenterale (emotrasfusioni), via sessuale, ed infine per via enterica (rapporti sessuali anali). Oltre a ciò all’interno di Aid Syringe vengono offerti pasti caldi per gli assistiti qualora costoro ne sentissero il bisogno. In virtù di ciò, l’impresa detiene una mensa con relativi operatori. Infine un team di psicologi offre supporto psicologico agl’assistiti; sempre secondo il modello di InSite dove è l’ospite della struttura a richiederne l’intervento. La coercizione o il ricatto morale non sono minimamente presenti, e su questo punto in particolare tengo a sottolinearlo. Questo ritengo sia un surplus come utilizzo di una simile politica socio-assistenziale, in quanto rende e lascia all’assistito il tempo necessario di adattamento al personale della struttura e di conseguenza una maggiore facilità nei rapporti intrapersonali. Lo scopo è cercare di condurre l’utente verso un’indipendenza dal bisogno della sostanza stupefacente. In seguito si cerca di indirizzarlo in virtù delle sue competenze ed ambizioni verso un’autonomia lavorativa-professionale.

Esistono poi alcune differenziazioni dal progetto originale di InSite. Infatti come già detto per diversificare non ho copiato il progetto in ugual modo. Difatti io mi sono pensato un’impresa senza paramedici che assistono in conseguenza di una fatale overdose. Nella mia realtà europeista gli assistiti di Aid Syringe sono solamente un centinaio all’anno, una media di circa 3 al giorno e; francamente con un numero simile, non voglio creare un quantitativo spropositato di overdosi. Qualora ce ne siano sono assai convinto che gli operatori preposti sanno ampiamente gestire l’emergenza facendo arrivare l’ambulanza nel giro di pochi minuti. Una realtà sfortunatamente non possibile in un contesto cittadino da più di mezzo milione di abitanti come Vancouver.

Per rendere il progetto più credibile ho ipotizzato dei finanziatori quanto più veritieri possibili e tracciato due grafici. Il primo mostra il bilancio annuale del 2018. Il secondo invece mostra la relazione finanziaria annuale. Si parte dall’anno di nascita di Aid Syringe il 2012 dove, con una spesa d’esercizio di budget iniziale di 118.500 € e un notevole risparmio nelle spese d’esercizio si ha avuto il primo anno un utile di esercizio di ben 130,00 €. Si è passati dopo 5 anni dalla nascita dell’impresa ad una tendenza di ricavi del 17% grazie alle ottime capacità manageriali di trovare sempre finanziatori; arrivando nel 2017 a ben 202.500 € con un trend d’utile d’esercizio del 4%.

Bibliografia

Libri

Alighieri Dante, 2001, La Commedia – a cura di Bianca Garavelli, Firenze, RCS Scuola, Edizioni Bompiani

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Avalle Ugo, Maranzana Michele, Sacchi Paola, 2000, Sociologia-Corso di scienze sociali, Bologna, Zanichelli editore S.p.A

Avalle Ugo, Maranzana Michele, Sacchi Paola, 2000, Psicologia-Corso di scienze sociali, Bologna, Zanichelli editore S.p.A

Ball-Rokeagh Sandra J., DeFleur Melvin L., 1995, Teoria delle Comunicazioni di Massa, Bologna, Società editrice il Mulino

Binazzi Andrea, Tucci Francesco S., 2001, Scienze Sociali-moduli di Sociologia; Psicologia; Psicologia Sociale; Antropologia Culturale; Etologia; Demografia; Statistica, Firenze, G. B. Palumbo & C. Editore S.p.A.

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Dyck Darryl, 2016, The Canadian PressRipreso dal Post.it-A Vancouver c’è un centro per i tossicodipendenti diverso dagli altri. Permettere di assumere droghe, fornisce materiale sterilizzato e non incoraggia a smettere: è molto criticato ma i dati dicono che funziona, Italia, Il Post.it https://www.ilpost.it/2016/03/30/insite-centro-tossicodipendenti-vancouver/

Government of Canada-Gouvernement du Canada, Date modified: 2019-07-26, Justice Laws Website-Cannabis Act (S.C. 2018, c. 16), Canada

https://laws-lois.justice.gc.ca/eng/acts/c-24.5/

Roussakis Chris, 2018, AFPRipreso dal Post.itDa oggi la Marijuana è legale in Canada. Si può acquistare nei negozi, tassata dal governo, e far crescere in casa: sarà un esperimento utile per verificare gli effetti reali della legalizzazione, Italia, Il Post.it

https://www.ilpost.it/2018/10/17/marijuana-legale-canada/

Vico Giacomo, 2017, DolceVita online.itViaggio nel quartiere degli eroinomani a Vancouver, un esperimento sociale senza uguali al mondo, Italia, DolceVita online.it

https://www.dolcevitaonline.it/viaggio-nel-quartiere-dei-tossici-a-vancouver-un-esperimento-sociale-senza-uguali-al-mondo/

Audiovisivi

Ihavehopevideos, 2013, What is InSite? – Safe Injection Site in Downtown Eastside Vancouver, Edited by Erin Milne https://www.youtube.com/watch?v=RjzWkQz_Z5c

NFB, 2017, Inside InSite, the Vancouver Digital Studio https://www.youtube.com/watch?v=7gIyBMt2BEk