Amianto sulle navi, per i pm più marinai morti che nelle guerre degli ultimi 20 anni. Ma dalla politica solo mezze verità

Il libro inchiesta dei giornalisti Lino Lava e Giuseppe Pietrobelli ricostruisce i ritardi e i silenzi della Marina militare sull’uso della fibra killer nelle imbarcazioni. Tre ministri si sono nascosti dietro dichiarazioni di facciata, mentre gli ammiragli imputati nei processi continuano a non mettere piede in aula. Come se questa storia non esistesse, nonostante i 600 morti, un procedimento finito in prescrizione, un altro in corso e un filone d’indagine in fase istruttoria

Forlì, 18 Ottobre 2017 – Ci sono 600 morti, un processo finito in prescrizione, un altro in corso e un filone d’indagine in fase istruttoria. C’è da una parte la richiesta di giustizia dei servitori dello Stato ammalati o morti – e il conteggio è ancora aperto, in attesa del picco previsto nel 2020 – e dall’altra tre ministri della Difesa che negli ultimi sei anni hanno raccontato mezze verità, fornito dati generici e mai chiarito totalmente la vicenda.

Più morti che in guerra, ma i ministri tacciono – Da Ignazio La Russa fino a Roberta Pinotti, passando per Giampaolo Di Paola, nessuno ha spiegato nei dettagli al Parlamento dell’amianto a bordo delle navi militari italiane e del suo lento smaltimento, nonostante la tossicitàdella fibra fosse nota alla Marina dal 1967 e il minerale al bando dal 1992. E mentre i ministri si nascondono dietro verità di facciata, gli ammiragli imputati nei processi continuano a non mettere piede in aula. Come se questa ‘battaglia’ costata all’Italia, stando all’ipotesi della procura di Padova, un numero di morti maggiore di quanti se ne sia effettivamente contati in scenari di guerra negli ultimi 22 anni, non esistesse.

Il libro-inchiesta – A riportarla a galla sono stati i giornalistiLino Lava e Giuseppe Pietrobelli, collaboratore de ilfattoquotidiano.it, con il libro-inchiesta Navi di amianto (Oltre edizioni, 247 pagine, 16 euro) nel quale ricostruiscono ritardi e silenzi della Marina militare di fronte a quelle morti bianche senza giustizia, negata perfino dall’Inps che si rifiuta di riconoscere i risarcimenti a chi si è ammalato dal 1995 in poi o non lavorava sotto coperta.

Il silenzio dello Stato – Mentre lo Stato per 13 anni si è barcamenato pigramente e burocraticamente, lasciando che le navi contaminate continuassero a navigare come svela una mappatura del Registro navale italiano del 2008, pubblicata per la prima volta nel libro. Basti pensare che la prima dichiarazione ufficiale risale al 2011 ed è dell’allora ministro La Russa: il silenzio di Stato viene rotto grazie a due interrogazioni parlamentari, rispondendo alle quali il titolare della Difesa fornisce una spiegazione vaga e incompleta, senza dati verificabili. Non si sa quanto amianto sia già stato rimosso né quali siano i costi o i tempi per la bonifica totale della flotta.

I primi numeri di Di Paola – Un anno più tardi, tocca a Di Paola rispondere al Parlamento, pungolato dai Radicali. Si scopre così che solo il 20% delle unità navali era stato completamente bonificato e l’amianto era stato rimosso parzialmente dal 44%delle 155 corvette, fregate e cacciatorpedinieri con la fibra killer a bordo. Nel 2012, quindi, otto navi su dieci avevano ancora la fibra a bordo. Numeri che nei mesi successivi si assottiglieranno rapidamente, facendo arrabbiare l’Associazione famiglie esposti amianto che criticherà duramente il balletto di dati. Senza tra l’altro che il ministro si sia preoccupato di indicare quali fossero le navi decontaminate e quali quelle in attesa di interventi. Tutto top secret. L’unico dettaglio aggiunto da Di Paola è che “l’amianto, ove presente, risulta adeguatamente confinato e incapsulato”. Non una parola sugli appalti né sui ritardi ventennali che caratterizzano la bonifica, divenuta più rapida solo dopo la prima inchiesta nata a Padova.

Le non verità della Pinotti – La chiarezza non ha contraddistinto neanche Roberta Pinotti, chiamata a rispondere come altri ministri, da Luigi Di Maio e altri parlamentari del Movimento 5 Stelle. La litania è sempre la stessa: “La Marina non ha più impiegato materiali contenenti amianto e, dal 1992, tutte le unità navali sono state costruite e messe in servizio con la certificazione amianto free”. Un’affermazione che in “Navi di amianto”, viene definita “non vera, smentita dalle carte dell’inchiesta e da decine di testimonianze”. Alla stessa conclusione arriva Di Maio, che ne chiede conto alla Pinotti in una nuova interrogazione. È in attesa di risposta dal settembre 2015 nonostante sette solleciti formali. Sono intanto passati 13 anni da quando l’ex sottufficiale Giovanni Baglivo, per la prima volta, iniziò a raccontare davanti a un registratore tascabile di un ufficiale della polizia giudiziaria le condizioni di lavoro nelle navi e i rischi per i militari, inconsapevoli protagonisti di questa storia di silenzi, omissioni e mezze verità. Ecco il suo racconto, tratto dal primo capitolo di Navi di amianto.

I primi numeri di Di Paola – Un anno più tardi, tocca a Di Paola rispondere al Parlamento, pungolato dai Radicali. Si scopre così che solo il 20% delle unità navali era stato completamente bonificato e l’amianto era stato rimosso parzialmente dal 44%delle 155 corvette, fregate e cacciatorpedinieri con la fibra killer a bordo. Nel 2012, quindi, otto navi su dieci avevano ancora la fibra a bordo. Numeri che nei mesi successivi si assottiglieranno rapidamente, facendo arrabbiare l’Associazione famiglie esposti amianto che criticherà duramente il balletto di dati. Senza tra l’altro che il ministro si sia preoccupato di indicare quali fossero le navi decontaminate e quali quelle in attesa di interventi. Tutto top secret. L’unico dettaglio aggiunto da Di Paola è che “l’amianto, ove presente, risulta adeguatamente confinato e incapsulato”. Non una parola sugli appalti né sui ritardi ventennali che caratterizzano la bonifica, divenuta più rapida solo dopo la prima inchiesta nata a Padova.

Le non verità della Pinotti – La chiarezza non ha contraddistinto neanche Roberta Pinotti, chiamata a rispondere come altri ministri, da Luigi Di Maio e altri parlamentari del Movimento 5 Stelle. La litania è sempre la stessa: “La Marina non ha più impiegato materiali contenenti amianto e, dal 1992, tutte le unità navali sono state costruite e messe in servizio con la certificazione amianto free”. Un’affermazione che in “Navi di amianto”, viene definita “non vera, smentita dalle carte dell’inchiesta e da decine di testimonianze”. Alla stessa conclusione arriva Di Maio, che ne chiede conto alla Pinotti in una nuova interrogazione. È in attesa di risposta dal settembre 2015 nonostante sette solleciti formali. Sono intanto passati 13 anni da quando l’ex sottufficiale Giovanni Baglivo, per la prima volta, iniziò a raccontare davanti a un registratore tascabile di un ufficiale della polizia giudiziaria le condizioni di lavoro nelle navi e i rischi per i militari, inconsapevoli protagonisti di questa storia di silenzi, omissioni e mezze verità. Ecco il suo racconto, tratto dal primo capitolo di Navi di amianto.

L’ESTRATTO DEL LIBRO NAVI D’AMIANTO DI L. LAVA E G. PIETROBELLI

Il destino ormai quasi compiuto è, invece, il letto d’ospedale dove giace l’ex sottufficiale Giovanni Baglivo, tecnico di macchina e meccanico di macchina a vapore sulle navi della Marina Militare. È il 5 agosto 2004, da appena una settimana è stato operato per mesotelioma pleurico, un male che non lascia scampo. Il registratore tascabile Olimpus Pearlcorder L200, in dotazione alla Procura della Repubblica di Padova, è acceso sul comodino. Fatica a respirare e a parlare, il militare pugliese di Tricase venuto a curarsi in Veneto, dove gli hanno tolto una parte del polmone destro. Sopravviverà soltanto fino al 4 settembre 2005. «Sembrava un condannato a morte» ricorda, molti anni dopo, Omero Negrisolo, uno degli ufficiali di polizia giudiziaria che ne hanno ascoltato il drammatico racconto. È il primo marinaio ammalatosi per l’amianto a mettere in un verbale, a futura memoria, le condizioni di lavoro nelle navi, il rischio a cui gli inconsapevoli equipaggi erano sottoposti.

È una fotografia in bianco e nero della faccia nascosta della Marina Militare. Ciò che nessuno si aspettava, scoperta dissacrante del trattamento riservato ai fedeli servitori del tricolore nel regno della fatica e del sudore, senza regole né rispetto per la salute. Trattati come viaggiatori all’inferno senza biglietto di ritorno. Non ci sono sorrisi, brindisi alla vita e alla giovinezza, in questa istantanea senza speranza. C’è solo il rantolo di un uomo malato e stanco. «Io stavo in sala caldaie dove c’è una temperatura ambientale all’incirca di 40-50 gradi e una temperatura della caldaia diciamo di 450 gradi e una pressione di 50… Lascio immaginare che protezione avevano i tubi che conducevano questo tipo di vapore. In locale motrice arrivava lo stesso vapore con la stessa temperatura e con la stessa pressione, altrimenti non si poteva navigare. I primi 7-8 anni le guardie si facevano solo ed esclusivamente nel locale caldaie. Noi dovevamo stare lì sotto estate e inverno».

Allora l’amianto era vissuto come una risorsa, non come una dannazione. «Siccome c’era parecchio caldo ci dovevamo spogliare, lavoravamo a braccia scoperte e senza nessun tipo di maschera, anzi io ho lavorato pure sulle testate di vapore della nave Impavido, che si trovano sotto la scaletta in motrice di prora…». L’immagine sembra provenire da un altro mondo, neppure troppo lontano visto che quel cacciatorpediniere è stato radiato nel 1991. «Un giorno era saltata una ‘dialico’, la guarnizione di vapore, e ha cominciato a fuoriuscire del vapore, che ha saturato quasi tutta la nave di caldo. Si doveva per forza intervenire. E io ho tolto via esattamente mezzo quintale di amianto per poter sostituire la ‘dialico’… stavo con una mazzetta da 12 chili, da 15 chili, una chiave da 48. Stavo a slip… a scarponciini, a slip a lavorare così, senza nessun tipo di protezione».

Evento imprevedibile, si potrebbe pensare. Invece, anche la routine era pericolo diffuso. «Le tubazioni erano chilometri, arrivavano in tutta la nave, pure dove si dormiva, con queste coperture di amianto o di quelle cose lì… pure nei camerini, nei bagni, dappertutto c’era questa cosa”. Amianto, un nemico invisibile. E neppure annunciato. “Non ci hanno mai allertato in tal senso. Mai. Io non ho mai saputo. Adesso lo sto sapendo, perché sto passando le conseguenze… Ci hanno mandati allo sbaraglio».

Così sono stati ridotti quei bravi ragazzi, incapaci di difendersi da un’entità ostile di cui neppure conoscevano l’esistenza. Ma il tempo trascorso non induca alla sottovalutazione o al rilassamento delle coscienze di fronte a una malattia indotta da cause tecnico-ambientali, che qualcuno vorrebbe incolpevole figlia dei suoi tempi. I magistrati padovani non lo hanno fatto. Il pubblico ministero militare Sergio Dini ha aperto la prima inchiesta per la morte da mesotelioma pleurico sinistro di tipo epiteliale, avvenuta il 3 febbraio 2002, del puntatore cannoniere Giuseppe Calabrò. Il sostituto Emma Ferrero ne ha avviata una seconda, in Procura ordinaria, anche per il decesso di Baglivo del 2005. Da quelle istruttorie è nato il processo “Marina Uno”, primo tentativo di squarciare il velo sugli omicidi colposi che per decenni si sono consumati sulle navi della Marina italiana a causa dell’amianto e della mancata osservanza delle regole di tutela da parte degli ammiragli, alias datori di lavoro dei marinai. Il processo in Tribunale si è concluso con l’assoluzione, l’appello con la prescrizione dei reati. Ma il ping-pong della Cassazione ha rimandato tutto indietro, con la conferma della prescrizione. Giustizia per il codice, giustizia negata per chi sta morendo. 

Fonte: Articolo de “Il Fatto Quotidiano”

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Uranio impoverito, Trenta vuole tavolo tecnico sui militari contaminati: “Stop al silenzio spaventoso che c’è stato finora”

Svolta sui casi di morte e malattie nelle Forze Armate a quasi un anno dalla discussa relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta, criticata dallo Stato maggiore della Difesa. La ministra annuncia: “Chiesto all’Avvocatura di Stato resoconto complessivo su tutte le pendenze giudiziarie in corso”. Secondo l’Osservatorio militare ci sono già stati 363 decessi

27 Novembre 2018 – L’ultima vittima è un maresciallo dell’Aeronautica morto circa un mese fa. Decesso numero 363, secondo l’Osservatorio militare. L’elenco degli appartenenti alle Forze Armate che hanno perso la vita per la presunta contaminazione da uranio impoverito è dovuto arrivare a quella spaventosa cifra perché dal ministero della Difesa arrivasse una promessa di chiarezza dopo anni di “assordanti silenzi”come li aveva definiti la Commissione parlamentare d’inchiesta nella relazione approvata al termine della scorsa legislatura.

Invece ora il ministro Elisabetta Trenta ammette che “il tema c’è, esiste e non possiamo voltarci dall’altra parte” e annuncia l’avvio di un tavolo tecnico per approfondire la questione dopo aver incontrato Domenico Leggiero, il responsabile dell’Osservatorio che dal 1999 si occupa dei casi di presunta contaminazione da uranio impoverito.

Chiarire la vicenda è una “priorità”, spiega Trenta che aveva annunciato l’intenzione di rompere il “tabù” durante Italia a 5 Stelle. Sotto il profilo pratico, si è tradotta nella richiesta già avanzata all’Avvocatura di Stato di un “resoconto complessivo su tutte le pendenze giudiziarie in corso” per approfondire “ogni singolo caso separatamente, perché ogni caso ha le sue specificità”. Durante lo studio dei casi, promette, “sarà avviato un tavolo tecnico che vedrà coinvolti “i principali attori competenti sulla materia”. Perché fino ad oggi sulla questione uranio “c’è stato un silenzio spaventoso e questo non è più accettabile”, ha aggiunto la titolare della Difesa.

Parole di segno totalmente opposto alla reazione dello Stato Maggiore della Difesa e dello stesso ministero quando lo scorso 7 febbraio la Commissione parlamentare, presieduta dal dem Gian Piero Scanu, rese pubblica la relazione finale. In quel testo c’erano accuse inequivocabili e si parlava di “sconvolgenti criticità” scoperte nel settore della sicurezza e della salute sul lavoro dei militari, sia in Italia che durante le missioni estere.

Risultati imbarazzanti per i vertici militari e il governo perché, secondo deputati e senatori, la “diffusa inosservanza degli obblighi (…) risulta perfettamente funzionale a una strategia di sistematica sottostima, quando non di occultamento, dei rischi e delle responsabilità effettive”. Il risultato? Racchiuso in un numero: 1100 soldati deceduti o ammalati per patologie absesto-correlate solo in Marina. Ricordando quelle conclusioni “chiare e inequivocabili”, Trenta afferma ora “che come governo abbiamo il dovere di considerare”.

Quando vennero resi pubblici i risultati dell’inchiesta parlamentare – che ha tra l’altro parlava dell’esistenza del controverso “nesso di causalità tra l’esposizione all’uranio impoverito e le patologie denunciate” dal personale in divisa – si era consumato un duro scontro tra la Commissione e la Difesa. Perché quelle “criticità sconvolgenti” avevano “contribuito a seminare morti e malattie tra i militari”, mentre i vertici della Difesa facevano “negazionismo” e si registravano “assordanti silenzi” delle autorità di governo. Accuse che lo Stato maggiore aveva definito “inaccettabili” ribadendo il proprio impegno nella “tutela della salute dei militari”.

Fonte: Articolo de “Il Fatto Quotidiano”

Scoperti e sequestrati capannoni con il tetto in amianto

Erano situati in un’area agricola di quasi 5mila metri quadrati. Una vera e propria discarica a cielo aperto

Bagnara di Romagna, 20 Ottobre 2016 -La guardia di Finanza nel corso di un servizio svolto in sinergia con la sezione operativa navale di Marina di Ravenna, con l’ausilio di un elicottero della sezione di Rimini ha individuato un’area agricola di quasi 5mila metri quadrati a Bagnara di Romagna, precedentemente adibita ad allevamento, lasciata nel più totale abbandono, con capannoni dai tetti di cemento amianto parzialmente crollati e la possibilità che il pericoloso materiale andasse a contaminare il terreno e le acque circostanti. Non solo, anche una vera e propria discarica a cielo aperto, dove erano stati gettati rifiuti di vario genere, dai fusti metallici alle apparecchiature elettriche fuori uso.

L’operazione rientra nell’ambito delle attività di controllo svolte dalle Fiamme Gialle per verificare la regolarità delle procedure di eliminazione dei materiali pericolosi e, dal punto di vista economico-finanziario, delle procedure di smaltimento dei rifiuti prodotti dalle attività agricole e industriali. Oltre al pericolo amianto, derivante dallo sbriciolamento delle coperture dei capannoni, nell’area sono stati rinvenuti numerosi rifiuti di diverse tipologie. c

Sono stati coinvolti nei sopralluoghi anche personale dell’Arpae e della sezione igiene pubblica dell’Ausl. I finanzieri hanno sequestrato l’intera area e denunciato all’autorità giudiziaria, per abbandono di rifiuti, il rappresentante legale dell’azienda agricola proprietaria del sito.

Fonte: Articolo de “RomagnaNoi”

Sequestra area con due capannoni con tetto in amianto

Denunciato il titolare di una società agricola, un 51 anni della provincia di Ravenna

Comacchio RA, 21 Luglio 2016 – Militari della Sezione Operativa Navale della Guardia di Finanza di Marina di Ravenna e della tenenza della Guardia di Finanza di Comacchio, nel corso di un servizio coordinato, originato dalla individuazione, da parte di un elicottero del corpo della sezione aerea di Rimini durante un volo di ricognizione sul territorio, di un sito sospetto in Comacchio, frazione di San Giuseppe, precedentemente adibito ad allevamento di animali, hanno sequestrato un’area di circa diecimila metri quadri, con due capannoni con copertura in cemento – amianto fortemente deteriorata e parzialmente crollata al suolo, con potenziale pericolo di dispersione dannosa nell’ambiente circostante.

In particolare i finanzieri operanti, nell’ambito delle più ampie attività di controllo volte a verificare la regolarità delle procedure di eliminazione dei materiali pericolosi nonché, dal punto di vista economico-finanziario, delle procedure di smaltimento dei rifiuti prodotti dalle attività agricole ed industriali, hanno constatato, anche con la collaborazione del personale tecnico dell’Arpa, che le ampie coperture dei capannoni, danneggiate e lasciate nell’incuria, erano parzialmente crollate, sbriciolandosi sul terreno con la possibilità che il loro costituente pernicioso si disperdesse nell’ambiente circostante.

I finanzieri hanno proceduto dunque al sequestro dell’intera area ed alla denuncia all’autorità giudiziaria per gestione di rifiuti pericolosi non autorizzata, del rappresentante legale della società titolare del sito, M.T. di 51 anni della provincia di Ravenna.

Fonte: Articolo de “RomagnaNoi”

Amianto, “nel 2017 duemila decessi in Lombardia” dovuti alla presenza di asbesto

Secondo i dati del presidente dell’osservatorio Ezio Bonanni, Milano è la “capitale dell’amianto con record di casi”. In Lombardia “il 33% dell’amianto in Italia”. I rischi maggiori nelle scuole e nelle case popolari ancora non bonificate

27 Novembre 2018 – Duemila decessi in Lombardia nel solo anno 2017 per patologie legate all’asbesto, con Milano “capitale dell’amianto con record di casi di mesotelioma”. La denuncia è di Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale sull’amianto (Ona), durante la conferenza-seminario “Come difendersi sull’amianto: responsabilità civili, penali e profili previdenziali“, organizzata martedì mattina con il patrocinio dell’Ordine degli avvocati di Milano e la collaborazione di Labor Network presso il Tribunale del capoluogo lombardo. Durante l’incontro è stata presentata una serie di dati epidemiologici sulla presenza della fibra killer e sulle patologie tumorali collegate.

Secondo quanto detto da Bonanni, nel capoluogo lombardo c’è stata “una particolare trascuratezza nelle misure di sicurezza che, seppur in sé poco efficaci, avrebbero diminuito le esposizioni e dunque l’impatto dell’amianto sulla salute dei lavoratori e dei cittadini“. La magistratura, ha chiarito il pm Maurizio Ascione, titolare di molte inchieste su grandi aziende per la morte di operai, “sta seguendo un complesso e profondo percorso sulla tematica, atteso il principio della obbligatoria azione penale che poi, però, deve confrontarsi con la verifica della responsabilità penale che è personale. Servirebbe una riflessione – continua Ascione – anche in altre sedi, prima di tutto del legislatore, avendo l’esperienza di processi in questo settore che mostrano la drammaticità delle vicende esistenziali, nonché l’esigenza di risposte coerenti dal mondo scientifico ed industriale”.

Come è emerso dal convegno, l’Ona fin dal 2008 “ha segnalato la condizione di rischio in Lombardia, con particolare riferimento agli istituti scolastici e alle case popolari presenti nella città di Milano e in tutta la regione”. Tra il 2000 e il 2015 si sono registrati un totale di “5.680 casi di mesotelioma” in Lombardia (882 tra Milano e l’hinterland) con un “costante aumento” dei casi. In Lombardia, spiega ancora l’Osservatorio, che ha supportato i familiari delle vittime in molti processi, “c’è ancora il 33% della presenza totale di amianto in Italia” e ci sono “6 milioni di metri quadri, di cui 1,5 di amianto in matrice friabile, che hanno necessità di bonifica e smaltimento, altrimenti si continueranno ad avere ulteriori esposti, malati e decessi”.

I dati arrivano in contemporanea alla seconda udienza in Appello del processo a carico di Paolo Cantarella e Giorgio Garuzzo – rispettivamente ex amministratore delegato ed ex presidente di Fiat Auto – e di altri 3 ex manager Alfa e Lancia, accusati di omicidio colposo per 15 casi di operai morti per forme tumorali provocate, secondo l’accusa, dall’esposizione negli stabilimenti Alfa di Arese alla sostanza cancerogena. Gli imputati sono stati assolti in primo grado con proscioglimenti in linea con quelli di molti altri processi del genere degli ultimi anni a Milano.

Fonte: Articolo de “Il Fatto Quotidiano”